Difficile usare parole semplici per un disco ampio, solenne e decisamente lontano da concetti di sintesi. Nonostante tutto, la produzione di Daniel Tek sa benissimo come muoversi per non invadere il campo oltre misura. Parliamo del nuovo disco del cantautore lombardo Daniel Dagrezio con questo lavoro dal titolo “Le mie cinque fasi”: dove il pop sceglie percorsi classici, molto visionari in senso di potenza cinematica, per lunghi tratti la soluzione “orchestrata” ci riporta a grandi scenari di gala. È la narrazione di una rinascita, dal dolore… dalla fine di un amore… la rivoluzione di un sentire. Un disco pop dal sapore internazionale…
Il suono di questo disco: quanto potere cinematico. Avete pensato anche ad una deriva visiva, un cortometraggio o cose simili?
Mi piacerebbe onestamente, perché il disco nasce già con una grammatica “da scena”: parlati, suoni d’ambiente, transizioni, cambi di luce emotiva. È un concept che si muove come un film o un podcast narrativo, quindi l’idea visiva è quasi naturale. Nulla è stato annunciato ufficialmente, ma la direzione è quella: più che videoclip isolati, mi piacerebbe un formato che segua l’arco narrativo, con immagini che respirino insieme al suono e non lo decorino soltanto.
Quanta tecnologia e quanti strumenti analogici ci sono?
È un equilibrio. C’è tecnologia perché oggi è lo strumento più rapido per scolpire atmosfere, stratificare, costruire scenografie sonore. Ma il disco cerca sempre un effetto “vissuto”: pianoforti, chitarre, voce molto presente, e quando serve anche timbri più “organici” o da tradizione. Anche dove c’è programmazione, l’obiettivo non è la perfezione: è la sensazione. La tecnologia qui è al servizio dell’umano, non il contrario.
Forme di suono che in qualche modo avevi in mente prima di affidarti a Daniel Tek?
Sì: avevo già in testa l’idea che ogni brano dovesse “indossare” il suono giusto per quella fase emotiva, senza un vincolo di genere. E avevo chiaro l’uso narrativo dei parlati e dei suoni reali, come porte tra presente, memoria e immaginazione. Poi con Daniel Tek il lavoro è diventato più preciso: far convivere tutto senza perdere unità, e far passare lo stato d’animo con la stessa forza del testo.
Oppure molto è arrivato anche dall’improvvisazione?
Più che improvvisazione, direi “scoperta in studio”. Alcune idee nascono mentre le ascolti davvero in sequenza: ti accorgi che una scelta che da sola sembra strana, nel disco diventa necessaria. Quindi sì, c’è stata libertà, ma sempre con una bussola: se serve alla scena e all’emozione, resta. Se distrae, si taglia.
Il dolore, alla fin della fiera, che suono ha?
Non ha un suono solo, e secondo me è proprio questo il punto: cambia forma. A volte è caos e sovrastimolazione, a volte è rabbia che graffia, a volte è silenzio che pesa. Poi arriva la fase quando resta come eco, ma non opprime più. Se devo dargli un’immagine sonora: all’inizio è rumore mentale, alla fine è un’armonia che torna visitabile.







