Con un linguaggio emotivo e potente, MalìaTheBand ci accompagna in un viaggio di autenticità. Ogni brano è un frammento di vita che invita ad accogliere le proprie ombre e a riscoprire la luce. Un’intervista che esplora il senso profondo di un album che non ha paura di raccontarsi.
Bentornati, ragazzi. In “Dalla fine in poi” sembrano convivere coraggio, fragilità e consapevolezza. È questa la sintesi emotiva che volevate trasmettere?
Grazie!
Sì, sono proprio queste le emozioni che vorremmo trasmettere a chi ascolta. Per noi significa riconoscere le proprie fragilità, capire da dove arrivano e poi trovare il modo di aggirarle o superarle con coraggio e forza. È così che nasce un equilibrio interiore che ti permette di andare avanti, qualunque cosa accada.
Il sound dell’album unisce pop-rock, introspezione e groove intensi: come avete trovato il giusto equilibrio tra queste anime diverse?
Naz: Abbiamo messo a disposizione l’uno dell’altro il meglio che potessimo esprimere.
Le nostre esperienze pregresse, che abbracciano tanti stili diversi, ci hanno aiutato ad avvicinarci all’idea che l’altro aveva in testa, a volte migliorandola, a volte semplicemente trasformandola in qualcosa di nuovo.
Per spiegare come lavoriamo, uso spesso un paragone che arriva dal mio mondo: quello del fumetto.
Lo sceneggiatore non sa disegnare, ma quando scrive immagina comunque come sarà la scena. Poi il disegnatore prende quelle parole e le trasforma in qualcosa che quasi sempre supera l’idea iniziale. Lo sceneggiatore resta entusiasta, perché vede la sua storia prendere vita in un modo che non aveva previsto.
Ecco, tra noi funziona allo stesso modo: ognuno parte con una visione, ma è l’altro a darle forma definitiva. È così che abbiamo trovato il nostro equilibrio tra pop-rock, introspezione e groove.

Quando scrivete, vi capita di proteggere una parte di voi o la musica è il luogo in cui vi sentite totalmente liberi?
Quando scrivo mi sento libera, e dico tutto quello che ho bisogno di dire. La musica per me è un luogo sicuro, un vero spazio di espressione: io mi proteggo restando semplicemente me stessa.
Anzi, è proprio la musica che mi protegge, perché lì non posso essere giudicata: se quello che faccio piace, bene… altrimenti non posso fare altro che continuare a suonare. È parte di me, mi fa stare bene. È la mia vita.
Se poteste far ascoltare il disco per la prima volta a una sola persona simbolica, reale o immaginaria, a chi lo affidereste?
Alessio: Senza pensarci troppo, lo affideremmo al Cecchetto degli anni ’80.
Era un’epoca in cui la musica correva veloce, le band spuntavano come funghi e lui scopriva talenti uno dietro l’altro, come se avesse un radar infallibile. Un periodo in cui tutto sembrava possibile e il talento aveva un’energia un po’ folle e geniale. Ci piacerebbe vedere la sua faccia mentre ascolta Dalla fine in poi per la prima volta… magari proprio in quell’atmosfera lì, dove i sogni si realizzavano davvero.
Martina: Lo dovevamo far ascoltare a Pippo Baudo! Lui in quegli anni collaborava e scopriva tantissimi artisti.











