In questa conversazione entriamo dentro “Bellissima” con uno sguardo attento alla produzione e alla scrittura. Uino sceglie una linea misurata, quasi trattenuta, che funziona ma a tratti lascia intuire un potenziale ancora più audace. Parliamo di identità sonora, coerenza e possibili evoluzioni future senza retorica.
Ascoltando “Bellissima” si percepisce subito un equilibrio delicato tra voce e arrangiamento, quasi come se la musica avesse scelto di non sovrastare mai il testo. È stata una decisione precisa mantenere questa dimensione così intima oppure è venuta fuori naturalmente durante la produzione?
È venuta fuori in modo del tutto naturale. Nel momento in cui stavo scrivendo il testo avevo già la chitarra in mano, e tutto è nato insieme. È stato come se la canzone esistesse già e io dovessi solo scoprirla.
Gli accordi, la dinamica, le parole: sono arrivati nello stesso istante. Non c’è stata una decisione razionale di “tenere indietro” l’arrangiamento, semplicemente il brano chiedeva quella dimensione intima. La musica non doveva sovrastare il testo, ma accompagnarlo, quasi proteggerlo.

Nel brano parli dell’impaccio di dichiarare un sentimento. È un tema universale, ma qui sembra molto personale. Ti sei mai chiesto se oggi, nell’epoca dei messaggi veloci e delle relazioni immediate, sia diventato ancora più difficile dire davvero ciò che si prova?
Dire ciò che si prova è sempre stato difficile, ma oggi forse lo è ancora di più. L’immediatezza dei social e la velocità della comunicazione hanno reso tutto più semplice, ma anche più sterile.
Un tempo si scrivevano lettere, si sceglievano con cura le parole, perfino una cartolina dall’estero richiedeva un gesto di attenzione. C’era un’attesa tra una risposta e l’altra, e quell’attesa aveva qualcosa di profondamente poetico. Oggi, invece, la rapidità rischia di farci saltare il momento della riflessione.
Credo che questa superficialità apparente nasconda spesso una sofferenza più silenziosa, che ci porta a proteggerci, a chiuderci, a diffidare. Ed è proprio in quello spazio fragile che nasce l’impaccio di cui parlo nel brano.
La scelta folk-pop funziona bene, ma in alcuni passaggi la struttura resta molto lineare, quasi trattenuta. È una cifra stilistica che rivendichi oppure ti piacerebbe in futuro osare qualche variazione più rischiosa dal punto di vista sonoro?
Se le canzoni che scriverò in futuro lo richiederanno, allora sì, mi piacerebbe osare di più dal punto di vista sonoro. Non ho mai voluto pormi limiti.
In “Bellissima”, però, non c’era bisogno di rischiare o sorprendere: c’era bisogno di parlare. La struttura lineare non è una rinuncia, ma una scelta al servizio dell’emozione. Volevo che la base fosse quasi la colonna sonora di uno stato d’animo, non qualcosa che lo sovrastasse.
Per me la forma deve sempre nascere dal contenuto. Se un domani sentirò la necessità di rompere gli schemi, lo farò. Ma solo perché sarà la canzone a chiederlo, non per dimostrare qualcosa.
Dal 2019 a oggi Uino ha costruito un’identità riconoscibile, legata al mare e alle radici abruzzesi. “Bellissima” sembra più interiore che geografica. È un cambio di direzione o solo una sfumatura diversa del tuo stesso mondo?
“Bellissima” non parla esplicitamente del mare o dei paesaggi abruzzesi, ma ne è profondamente ispirata. È nata anche camminando tra i vicoli di Pescara Vecchia, osservando la sua gente, respirando quell’atmosfera fatta di silenzi, sguardi e storie non dette.
È forse un brano più interiore che geografico, ma non è un cambio di direzione. Direi piuttosto che è una sfumatura diversa dello stesso mondo. Anche quando non nomino un luogo, porto con me l’ambiente che mi ha formato. Fa parte del mio modo di sentire e quindi inevitabilmente anche del mio modo di scrivere.











