“Fatata”, uscito il 17 gennaio 2026 per l’etichetta indipendente Encore Music, co-prodotto da Roberto Passaro, è il lavoro con cui Andrea Sabatino ridefinisce in modo esplicito il proprio perimetro espressivo.

L’impianto è contemporary jazz, ma il linguaggio si allarga: Mediterraneo, Funk, Rap, accenti Pop internazionali, richiami alla musica colta, elettronica usata come elemento strutturale del suono. La sezione ritmica, Claudio Filippini al pianoforte e alle tastiere, Antonio De Luise al basso, Dario Congedo alla batteria, costruisce una trama compatta su cui la tromba si muove con un fraseggio meno legato alla matrice bop che ha definito a lungo il suo percorso.

Gli interventi di Badrya Razem in “Life”, del violoncello di Francesco Mariozzi in “I Remember Ludwig” e del rapper Done in “Fafa” ampliano il registro timbrico senza disperdere la coerenza del progetto. Paolo Fresu, nelle note di copertina, parla di “bisogno di indagine e di cambiamento”: una lettura che intercetta bene il momento.

Per un musicista cresciuto nell’hard-bop e spesso accostato a modelli forti della tromba italiana, “Fatata” segna un passaggio evidente, un ampliamento strutturato del linguaggio sostenuto da ricerca melodica, armonica, ritmica e timbrica.

Con Andrea abbiamo fatto due chiacchiere proprio su questo: sul bisogno di cambiare, sulla ricerca di una voce personale e su cosa significa oggi mettersi davvero in gioco con un disco così.

 

In “Fatata” attraversi funk, rap, classica, Mediterraneo, bop. Qual è il principio che tiene insieme tutto? C’è una regola compositiva che ti sei imposto per evitare che diventasse un disco “di stili” invece che un disco con una sola identità riconoscibile?

No, in realtà no. Come ho detto più volte in questo periodo, l’esigenza era quella di poter indirizzare il mio modo di pensare la musica e la scrittura verso un’altra direzione, una direzione che potesse essere diversa e che potesse darmi nuovi stimoli, non solo compositivi ma anche proprio nel modo di suonare.

Mi sono fatto spingere da quello che, in questo periodo storico della mia vita, sentivo di poter scrivere, di poter suonare, di poter mettere su bianco. Ho fatto fede all’istinto del momento, alla sensazione del momento, alla voglia del momento di rileggere qualcosa di nuovo, qualcosa che fosse diverso da ciò che avevamo fatto finora.

 

Vieni da una formazione bop molto marcata, sei stato etichettato come “bopper”. In questo lavoro si sente più spazio, più silenzio, meno bisogno di dimostrare. È stata una scelta consapevole?

Assolutamente sì. Per anni ognuno di noi segue i propri idoli. Io ne ho avuti diversi di idoli, ma probabilmente uno su tutti è stato Fabrizio Bosso, che è stato il mio maestro e da lì è partito tutto.

Per un periodo, oltre a essere etichettato come il “bopper”, ero etichettato come il “nuovo Bosso italiano”. Questa cosa da un lato mi faceva piacere, assolutamente, però dall’altro mi faceva anche capire che prima o poi Andrea Sabatino si doveva presentare come un musicista originale, un musicista che potesse dire la sua, nel suo modo.

È stata questa la voglia di poter dire qualcosa di mio, di staccarmi da tutto ciò che avevamo fatto finora per cimentarmi in qualcosa di nuovo. È stata veramente una bella sfida.

Per questo devo ringraziare tanto Claudio Filippini, il pianista del mio gruppo, che mi ha aperto un mondo nuovo verso l’elettronica e verso questo sound nuovo. Ci sono stati tanti fattori che mi hanno portato in questa direzione: nuovi ascolti, conoscere musicisti nord-europei.

Mi viene da citarne uno su tutti, che fa parte di quella terra meno fortunata della nostra, la Palestina. Lui è Avishai Cohen, un trombettista pazzesco. Da lui ho colto tanto, perché mi ha lasciato molto e mi ha trasmesso tanto. Tant’è che gli ho dedicato un brano nel disco che si chiama For Avishai, che è un omaggio a lui, alla sua città meravigliosa, al suo modo stupendo di suonare la tromba ma soprattutto a quella terra, la Palestina.

Quindi sono stati più fattori a portarmi verso quest’altra direzione.

Il disco nasce in un periodo di stop forzato per un problema di salute. C’è stato un momento in cui hai temuto che la tua identità di trombettista fosse in discussione?

Sì, ho avuto tanta paura. L’idea di non poter più tornare a suonare, per questo problema importante al labbro che ho avuto, mi ha fatto fermare. Ci sono momenti nella vita in cui ti fermi e fai il punto della situazione.

Mi sono trovato davanti a questa enorme paura di non tornare più a suonare e mi sono detto: bene, due sono le cose: o mi piango addosso per i prossimi sette-otto mesi oppure mi rimbocco le maniche e penso che tornerò, e tornerò ancora più forte di prima.

E così un po’ è stato. Mi sono messo a scrivere, perché era l’unica cosa che potevo fare. Ho trovato forza nella mia famiglia, nelle mie tre meravigliose bambine, alle quali ho dedicato questo lavoro.

 

“Fatata” infatti è dedicato alle tue tre figlie. Quando componi pensando alla tua famiglia, cambia il tuo modo di scrivere? Ti senti più esposto, più responsabile? Cosa vuoi che resti loro di questo disco tra vent’anni?

Se parliamo di responsabilità, io mi sento sempre responsabile. Sono sempre una persona che si mette in discussione, perché esigo sempre il massimo da me stesso. Il fatto di scrivere la musica per loro è stato un motivo in più per fare bene, per tirare fuori il meglio da me stesso sia nella scrittura che nell’interplay.

Devo ringraziare la mia band, Claudio Filippini, Antonio De Luise al basso e Dario Congedo alla batteria, e gli ospiti Badrya Razem alla voce, Done il rapper, Francesco Mariozzi al violoncello, che mi hanno aiutato tanto in questo progetto.

Abbiamo girato anche il videoclip ufficiale del brano che dà il titolo al disco, che può essere visto su YouTube. Ringrazio le 95.000 persone che lo hanno visualizzato.

Mi piacerebbe tanto che tra vent’anni le mie figlie conservassero questo come un bellissimo ricordo di questo omaggio che ho fatto a loro, che sono la cosa più importante della mia vita e che mi hanno aiutato in un periodo non bello, che ho superato brillantemente anche grazie a loro.

 

In Hub e South la tromba sembra quasi raccontare un pensiero interiore. Dopo quell’esperienza di vulnerabilità personale, il tuo rapporto fisico con lo strumento è cambiato? Oggi senti il suono in modo diverso rispetto a dieci anni fa?

Sì, assolutamente sì, è cambiato. In realtà stava già cambiando prima che questo brutto problema mi fermasse per qualche mese.

È cambiato perché questa situazione mi ha fatto maturare sia come uomo che come musicista. Mi ha fatto crescere, mi ha fatto maturare di colpo, mi ha proiettato in avanti, oserei dire anni luce avanti.

Mi sono trovato davanti a un problema così grande, con la paura di non poter più suonare, e di perdere quella cosa che, dopo la mia famiglia, è la più importante della mia vita: la tromba.

In Hub scrivo proprio questo legame che ho con la tromba, omaggiando Hub van Laar l’artigiano e costruttore del mio strumento, che purtroppo è deceduto qualche anno fa. Dedico a lui questo brano, ringraziandolo per questo strumento meraviglioso che mi ha lasciato.

In South c’è questa voglia di suonare per quella terra. Il Sud è la mia terra, ma è anche quella terra, la Palestina, che è stata distrutta. Tanti bambini della Palestina oggi non ci sono più, e quelli che ci sono sopravvivranno con questo trauma addosso che probabilmente non passerà mai.

Poi c’è Road to Nazareth, questa via per Nazareth che, da buon cattolico, mi ricorda un luogo spirituale, un luogo sacro dove nasce quel bambino che un tempo fu Gesù. Oggi magari tanti bambini non ce l’hanno fatta, ma mi auguro che altri possano crescere finalmente in una terra in pace.

andrea sabatino

Road to Nazareth e For Avishai toccano infatti una dimensione politica e umana molto delicata. Quando scrivi pensando a una terra ferita, flusso di coscienza e come eviti la retorica?

Scrivo assolutamente come flusso di coscienza. Io dico sempre che bisognerebbe fermarsi a volte per capire davvero quali sono i valori importanti della vita.

Il passato non ci ha insegnato nulla, probabilmente nulla di importante. Oggi festeggiamo ogni anno la Giornata Internazionale della Memoria, mentre nello stesso momento, in una terra non distante dalla nostra, si continua a sparare.

Mi chiedo che senso abbia tutto questo formalismo, perché non cambia nulla. Non abbiamo imparato molto dalle esperienze del passato, purtroppo.

 

Hai collaborato con nomi enormi, sei stato definito “il nuovo Bosso”, hai avuto maestri che oggi ti stimano pubblicamente, anche Rava ha espresso parole di stima ultimamente. In che momento hai capito che non dovevi più inseguire un modello ma costruire una voce tua?

L’ho capito nel 2016 con l’album “Bea”. Già da un po’ sentivo quell’input di cambiamento nel sound. È arrivata quella consacrazione che volevo, a 44 anni, di essere un musicista con una propria identità.

Un musicista che però ha ancora tanta voglia di imparare, di girare il mondo, di conoscere tanti musicisti e tanta musica.

Mi piacerebbe, per esempio, suonare a Umbria Jazz, che mi manca. L’ho vissuto solo da studente nel 2001. Mi piacerebbe portare lì il mio progetto.

Oggi sono felice di avere alle spalle un management e un agente che mi sostengono e mi aiutano in tante cose. Grazie a Kino Music nelle persone di Antonio Convertini e Antonella Ariani che stanno lavorando per me, per la mia figura di musicista e di artista.

A marzo partiremo con una serie di date che toccheranno alcune città importanti italiane: Ancona, Bari, Avellino, Reggio Calabria, Modena e altre ancora. Ovviamente tutte le date verranno comunicate sui miei canali ufficiali.