Un esordio discografico decisamente interessante quello che ci arriva da Altrove, artista a tutto tondo che arriva da Genova ma di origini anche sudanesi. Dalle sue radici di canto pop arriva questo disco dal titolo emblematico “Tossica Animica” dentro cui esplode la vita e tutto quel bisogno di contemplarla, divorarla, assaggiarne le sfaccettature… grazie al suono pop che si concede lunghe derive di sperimentazione anche dentro brani declamati come fossimo dentro spoken words dal gusto internazionale. C’è tantissimo colore ma soprattutto tantissima filosofia di esistenza e lo si capisce subito dalle risposte importanti che ci arrivano direttamente dalla sua penna…

 

 

Parliamo di produzione. C’e tanto dentro questo disco… ci sono influenze anche di world, c’e il passato… c’e il futuro… come ci hai lavorato?

I brani di questo disco li ho scritti fra il 2008 e il 2022 stiamo parlando di 14 anni. Un lasso di tempo che fra i 20 e i 40 a mio avviso determinano molti cambiamenti nella vita e nella comprensione della vita di una persona. Tuttavia, quello che avevo scritto nel 2008, il pensiero dietro e la necessità di comunicarlo è stato come un centro di gravità è permanente. Anche se musicalmente ora ho tanti input in più e tante nuove idee da sperimentare finché non faccio vivere quelle del passato (e parlo al presente perché c’è un altro disco in cantiere in inglese che raccoglie brani ancora più antichi) non riesco a proiettarmi completamente nel futuro e nelle nuove frontiere della musica. Parallelamente ho sempre seguito l’ispirazione senza troppo pensare alla forma e le richieste del presente… credo che i brani più sentiti quelli nati da un’esigenza intima e vera… la famosa urgenza di cui si parla tanto in teatro… siano quelli che arrivano di più a me e forse anche a chi ascolta; quindi, ho cercato di non ritoccare troppo l’idea di base, la parte più spontanea della creazione dei brani.

 

E restando sul tema: pensando al resto del mondo, sei andata a ripescare qualcosa di particolare? Non so, magari pensando alle tue origini?

Non ho pensato alle mie origini ma ci sono, c’è quella parte di me e mi ha fatto strano, poi sorridere e poi mi ha emozionato, l’idea che gli altri sentissero influenze legate alle mie origini africane, ad esempio, seppur io non avessi avuto intenzione di mettercele. Uno dei miei sogni è poter fare un concept album riguardo al mio meticciato… con cognizione di causa… ma non è questo il caso.

 

E l’elettronica del disco? Dove pesca? Da cosa in particolare?

Dai 19 anni, ovvero dall’esperienza londinese, ho ascoltato e amato sempre di più la musica che mescolava suoni acustici all’elettronica, soprattutto un certo trip hop alla Portishead per fare un esempio. Se fatto bene lo trovo un mix molto poetico. Anche in questo caso, non sono ancora riuscita a farlo come vorrei, mi piace l’elettronica ma sempre coadiuvata da strumentisti in vivo e in sintonia con suoni ”suonati” e spero avrò il tempo di dedicarmici seriamente. In questo album l’elettronica l’ho messa soprattutto per necessità: ad un certo punto ho deciso di intraprendere questa avventura, ma eravamo all’inizio del primo lockdown ed ero sola; quindi, ho allestito il mio piccolo rudimentale home studio e ho iniziato a creare molte tracce elettronicamente.

 

 

Nel disco anche due brani che sono sostanzialmente degli spoken words. Come nasce questa scelta estetica assai distante dal resto del lavoro?

Credo che lo spoken word sia la cosa che mi appartiene di più… è la via a metà fra la mia anima da teatrante e quella musicale. Anche se è fondamentale specificare che lo spoken word e la recitazione in senso accademico sono due cose molto diverse. Lo spoken word è molto più legato alla declamazione, politica o poetica, affonda molto le radici nelle manifestazioni degli afro-americani degli anni ’60 ad esempio e, anche in questo caso, non avevo particolari riferimenti quando sono nati i brani, ma dopo mi sono resa conto che quella parte di storia e quel modo di lottare attraverso la parola poetica un po’ forse ce l’avevo nel sangue.

 

Perché questo titolo? Diviene tossica questa voglia di vita?

Questo è sostanzialmente una specie di ossimoro… e quindi fin dal titolo cerco di comunicare la natura contraddittoria del dibattito sulle differenze. Come abbinare la tossicità all’anima? E ugualmente, come considerare due esseri umani diversi ma simili? Come si distribuisce il peso di ciò che ci accomuna e ciò che ci differenzia? La superficie ci differenzia, la lingua, il luogo di nascita, usi e costumi, tutto ciò che è culturale ci differenzia… ma prima della cultura c’è una parte naturale, che sono tanto le funzioni biologiche quanto le reazioni emotive e, per chi ci crede, anche le qualità dell’anima. In quello noi siamo tutti esseri umani e allora perché privilegiare la cultura all’anima? Questi due opposti, la tossicità e l’animicità rappresentano anche le due facce della medaglia, l’inesistente contrapposizione fra bene e male che in realtà sono solo due parti che si compenetrano verso un’autenticità. È il tao, lo yin e lo yang, shiva e shakti, l’eterno hieros gamos e chi vive su un confine sente viva questa dicotomia tutta la sua vita, tanto da farne diventare un lavoro a volte.

Stare sempre al confine fra gli opposti, appollaiati su un muro di cinta e feriti dal filo spinato non è bello, ma se quel confine diventa uno spazio creativo non è più un recinto, è un passaggio. Quella strettoia può allargarsi in proporzione alla tua visione, al tuo coraggio, alla tua dedizione, e al tuo amore. A volte si allarga e a volte si stringe, a giorni alterni, ma la scelta non è mai fra “al di là” o “al di qua” della linea di confine, ma restare dove sei o scendere ancora un po’. Mi immagino sempre un po’ Alice nel paese delle meraviglie, che per trovare le sue meraviglie si è dovuta immergere in una buca fangosa dietro al Bianconiglio. Il titolo di “Tossica animica” gioca un po’ con questo contrasto. Io ci credo che non ci siano grandi gioie senza grandi dolori, credo anche nel trovare una sorta di stabilità nel corso di una vita di lavoro su sé stessi; ma vivere intensamente implica anche buttarsi a capofitto nella tana del Bianconiglio ogni tanto, inzaccherarsi nel fango senza paura di sporcarsi, come fanno i bambini. Questi opposti, queste contraddizioni, queste diversità non sono relative ai bianchi o ai neri, ai meticci o alle seconde generazioni; parlano di gay, lesbiche, transgender, disoccupati, troppo grassi, troppo magri, troppo alti, troppo bassi, troppo timidi, geni… parlano di tutti coloro abbiano qualcosa di speciale, o di diverso da come, da un paio di millenni a questa parte, sembra dovrebbe essere l’umanità standard. Quando ero piccola i miei compagnetti dell’asilo volevano giocare con me, punto. Poi i genitori arrivavano a prenderli e guardandomi mi dicevano “ma che bella negretta” allora i figli guardavano il genitore, poi guardavano me, e lì si rompeva la magia.

E quindi ho iniziato a drogarmi… di sostanze animiche, di mondi alternativi ed ebbene sì, ho una dipendenza dalle qualità dell’anima, sono una tossica…una tossica animica!