È davvero tanto liquido questo disco. Come descriverlo diversamente? Non saprei a dire il vero… liquido dentro questa timbrica vocale che scivola, come saetta, che molto deve all’immaginario di Ivan Graziani ma anche a tantissimo altro nella sua estetica figlia – potendola immaginare – degli anni ’90. Una canzone pop ovviamente ma per niente banale e scontata nelle forme… quella di AdriaCo (al secolo Adriano Meliffi) è una prova d’esordio davvero interessante. Si intitola “Collezione di arretrati”, una lunga gestazione e una rinascita facendo il conto di una vita densa di irrisolti e di soluzioni da maturare. C’è tanto di tutti noi dentro le riflessioni private di questo disco…
Una produzione davvero interessante… tante le mani artigiane che vi hanno preso parte. Come ci hai lavorato? Come hai scelto le maestranze con cui condire il suono?
Partiamo dal presupposto che mi piace proprio la magia che si crea dall’unione di più teste, più gusti, più storie, più vite. Ho voluto che il mio progetto contenesse “&Co” anche nel nome, per questo mi chiamo AdriaCo. Gli incontri avvengono spesso un po’ per caso. Studio Miriam, a cui ho affidato gran parte delle registrazioni e i mix del disco, è letteralmente sotto casa dei miei genitori! Ho scelto tanti anni fa che avrei registrato lì il mio disco, mentre lo vedevo crescere da saletta di quartiere a studio conosciuto in tutta Roma. Per quanto riguarda i musicisti, nei credits figurano anche i membri della vecchia band, allora chiamata ACo: molti di questi pezzi sono stati lavorati in primis con loro in saletta e ho voluto riconoscere il loro contributo. I coristi li ho conosciuti perlopiù nelle esperienze Flowing Chords e Mani Avanti. Il quartetto d’archi mi emozionò a un evento a cui partecipai in collaborazione con Artemisia Orchestra. Cruciale la conoscenza con Alessandro Passi, tastierista e pianista, ma anche sound designer: per il suo esame di laurea ha arrangiato una cover di Lonely World di Moses Sumney, mi ha chiesto di cantarla e lì ho conosciuto suo fratello Valerio, chitarrista. Quello è stato anche l’inizio del progetto Eulalia, il duo creativo dei fratelli Passi. L’esperienza è stata talmente bella che quando mi sono ritrovato in piena pandemia senza band, ho deciso di affidare a loro la produzione del mio disco. C’è anche il chitarrista Emanuele Andolfi con cui ho già collaborato per il disco “Compromesso” del progetto VEMM, la sua folle band progressive rock. E un po’ per tutti i musicisti coinvolti vale lo stesso principio, quando si trova la giusta alchimia umana e artistica non c’è molto da domandarsi.
E nella ricerca del suono? Quanto hai guardato al passato e quanto al futuro?
In questo minestrone di gente e stratificazioni c’è stato poco da domandarsi e tanto da sperimentare, facendo dialogare i nostri gusti personali. Sicuramente un musicista come Emanuele ha un background diverso dal mio, un approccio chitarristico completamente diverso da Valerio. Alessandro è molto più proiettato verso il mondo contemporaneo. Io mi sento fortemente radicato negli anni ‘90 più alternativi e nella decade 2000-2010, ma poi mi ramifico con curiosità verso le novità del panorama attuale italiano e internazionale. Tutto quello che abbiamo sempre cercato di comune accordo, è stato il rispetto dei pezzi, della loro storia e della loro idea embrionale. Niente stravolgimenti. Questo ha reso alcuni brani più datati magari meno freschi o meno innovativi, ma li sento autentici così. Senza fronzoli.
Da quale passato arrivano queste canzoni?
Da tanti passati. C’è la mia infanzia, rivista con gli occhi dell’adolescente, del giovane e dell’adulto. L’adolescenza stessa burrascosa e conflittuale, in primis con me stesso ma anche con la mia famiglia e con gli altri in generale. C’è il percorso universitario che è stato rifugio, ma anche paralisi e delusione. C’è un ventenne smanioso che ha paura di non aver abbastanza tempo per realizzare i suoi sogni giganti, che la vita gli stia sfuggendo di mano. Sogni che ho ridimensionato e che forse non mi appartengono più. Ma non la vedo come una rinuncia o una perdita quanto più come una resa dolce a quanto tutto nella vita cambia forma e colore. Poi c’è anche il presente, quel momento di emozione che ho immortalato in Dall’altra parte del mare, il trasloco verso la mia nuova vita in cui scelgo appunto cosa portare con me. E anche quell’emozione già comincia a fare parte del passato.
E sempre mi incuriosisce sapere: che tipo di responsabilità si chiede oggi ad un disco? Oggi che siamo dentro un tempo di totale indifferenza?
La responsabilità commerciale di un disco in Italia nel 2025, ahimé, è quella di rassicurare, l’ascoltatore in primis, essere trasgressivo e sorprendere un pubblico ormai pieno e annoiato… ma senza uscire dagli schemi in maniera inaspettata. Perché poi bisogna anche rassicurare i produttori e le etichette. È tutto un gioco al compromesso che francamente mi devasta. Infatti secondo me il problema è proprio che gli artisti si interrogano troppo di queste cose. Noi dovremmo fare musica e basta, quello che ci esce, quello che ci interessa fare. Non ne posso più di strategie e marketing. Per cui la responsabilità di un disco, quella vera, artistica, quella in cui credo, è di essere onesto, di dire qualcosa di autentico, di umano. Nell’era dell’intelligenza artificiale, sarà quello che salverà l’arte, l’unicità di ciascun insostituibile mondo emotivo.
Bella questa copertina… queste animazioni pensando al video di “Dire”. Come si uniscono al disco che sembra parlare tutt’altro di lingua?
Le grafiche del disco sono state pensate da Matteo Lucibello, un artista incredibile. Tengo molto all’aspetto grafico dei miei progetti, credo che sia importante per completare l’informazione non solo confezionare. Matteo ha ascoltato i brani e si è lasciato ispirare. Mi ha resistuito questo caleidoscopio di mostruosità, mostri dell’inconscio con qualcosa di inquietante e qualcosa di amichevole che rimanda ai cartoni animati. E a quel punto sono andato fino in fondo e su proposta di Matteo stesso, ho cercato qualcuno che potesse animare queste grafiche. Il mio amico Luca Arduini docente al Rossellini di Roma, mi ha messo in contatto con queste ormai ex-studentesse che hanno fatto un lavoro fantastico e l’idea è di proiettarle durante i concerti. Credo che tutte le arti dovrebbero comunicare tra loro per veicolare ancora meglio le emozioni e i contenuti.







