ACCASACCIO: il battito nascosto della festa

Gli Accasaccio tornano con un brano che sembra leggero ma nasconde più livelli. Tra ritmo e simboli, la band continua a coltivare un rapporto diretto con chi ascolta. In questa intervista emergono riflessioni sul palco, sull’identità e su quel confine sottile tra divertimento e significato.

 

 

“Hey! Che cosa c’è?” sembra costruita proprio per esplodere dal vivo. Quanto ha inciso il vostro rapporto fisico con il pubblico nella scrittura di questo brano?

Tantissimo. Noi veniamo proprio dal live, è la nostra casa. Quando scriviamo, immaginiamo sempre il pezzo addosso alla gente, nel sudore, nella voce condivisa. “Hey! Che cosa c’è?” nasce come un dialogo diretto, quasi una chiamata e risposta. Volevamo un momento in cui il palco e il pubblico si annullano e diventa tutto un unico movimento. Se un brano non funziona dal vivo, per noi manca qualcosa.

Nel ritornello si percepisce quasi una domanda esistenziale travestita da festa. È solo un invito a lasciarsi andare o c’è anche una provocazione più profonda?

Ci sono tutte e due le cose. Da una parte è puro istinto: balla, canta, liberati. Dall’altra c’è quella domanda che ogni tanto ti arriva addosso anche mentre stai bene: “Ok, ma davvero… che cosa c’è?” È una provocazione leggera, non vuole essere pesante. Ci piace quando una canzone ti prende il corpo ma, se ti fermi un attimo, ti accorgi che ti ha mosso anche qualcosa dentro.

La figura della Signora Maria: persona reale, simbolo o parte di voi?

È tutte e tre insieme. Magari parte da qualcosa di reale, ma poi si trasforma. Diventa simbolo, diventa voce, diventa anche una parte di noi che ogni tanto viene fuori. Può essere una figura che osserva, che giudica, che protegge… oppure qualcosa di più collettivo. Ci piace lasciarla sospesa, perché così ognuno ci può vedere dentro qualcosa di suo.

Musicalmente: mai la tentazione di rompere di più, di andare verso qualcosa di più spigoloso?

La tentazione c’è sempre, ed è anche giusto così. Però più che tradire l’anima popolare, a noi interessa allargarla. Non la vediamo come un limite, ma come una radice forte. Nel disco nuovo ci siamo presi più libertà: ci sono momenti meno lineari, più sporchi, più aperti. Però cerchiamo sempre di non perdere il contatto con chi ascolta. Essere spigolosi solo per esserlo non ci interessa. Ci interessa quando serve davvero al brano.