Di Donatella delle Cese


UMBRIA JAZZ WINTER #25

L’anno si chiude sulle note di Monk

L’anno si chiude sulle note di Monk

L’ultimo giorno dell’anno 2017 inizia con un evento speciale, dedicato al centennale dalla nascita di Theolonious Monk ed ai venticinque anni di Umbria Jazz Winter.
Enzo Capua, alle ore 11.00, è sul palco della Sala dei Quattrocento al Palazzo del Popolo e modera il Monkfold Test, variazione del famoso Blindfold test, un originale quiz proposto regolarmente dalla rivista di critica storiografica e musicale Downbeat. Si tratta di far indovinare i titoli e gli esecutori di alcuni brani famosi ad un artista prescelto.
In questo caso, il protagonista del test è il pianista e resident artist di UJW#25 Jason Moran.
La prima parte dell’incontro è dedicata al venticinquennale di UJW ed il Direttore Artistico Carlo Pagnotta racconta alcuni interessanti aneddoti di questa avventura. Nel 1992, quando ricorreva il ventennale di UJ a Perugia, visto che anche la Provincia di Terni scalpitava per avere un proprio festival jazz, Pagnotta pensò di organizzare anche un’ edizione invernale, che cadesse, come calendario, tra Natale e Capodanno. La location di Orvieto fu subito prescelta: bellezza e fascino storico-artistico di indubbia valenza ne fecero un ottimo biglietto da visita. Molti gli diedero del pazzo, specialmente per il periodo di calendario da lui proposto; Pagnotta non diede loro retta e prosegui’ nella sua idea, pensando che non tutti sarebbero, in fondo, andati ai Caraibi o in montagna per festeggiare il Capodanno: i tempi gli hanno dato presto ragione, Umbria Jazz Winter è stato un crescendo di successi, in termini di presenze di pubblico, tranne che nella precedente edizione – un po’ pregiudicata nei numeri – dal recente terremoto del centro Italia.
Quando gli si chiede di ricordare alcuni bei momenti del festival orvietano non ha dubbi e racconta del suo incontro con Ahmad Jamal a Milano; quest’ultimo cerco’ di convincerlo ad invitare una allora nascente stella del jazz, la giovanissima pianista giapponese Hiromi. Questa presenza, se inserita nel programma, avrebbe indotto Jahmal a venire ad Orvieto come spettatore. Pagnotta, convinto che l’ancora sconosciuta Hiromi in cartellone avrebbe venduto pochissimi biglietti, spiego’ questa dinamica a Jahmal, convincendolo invece a venire a suonare ad UJW, nella stessa edizione in cui lui avrebbe ingaggiato anche la giovane e talentuosa pianista.
Aggiunge inoltre che tanti grandissimi nomi come Brad Mehldau, Cecile Mc Loren Salvant, Jonathan Baptiste, Gregory Porter e Kurt Elling si sono esibiti per la prima volta in Italia, venendo appunto a suonare ad Orvieto.
Inizia quindi la proiezione di un bel video di Paolo Massoli che racchiude, in un veloce – quanto nostalgico – ricordo, alcuni momenti dei più importanti artisti che hanno partecipato a queste prime venticinque edizioni del festival.
Si passa alla seconda parte dell’incontro, dedicato alla musica di Monk, definito IL top della musica Jazz ed un vero signore a livello personale, cosa assai rara in quell’ambiente.
Il giornalista Dan Ouelette chiede a Moran di commentare cinque brani di Monk, tra cui Bright Mississippi eseguita da Danilo Perez. Moran è bravissimo e indovina i titoli di tutti i brani proposti. Spiega che per Monk la mano sinistra è il mondo e la mano destra è la persona; guardando i frammenti affrescati della Sala dei Quattrocento, aggiunge che questi possono rappresentare la musica Monkiana in tutte le sue sfaccettature, dai momenti improvvisativi di più spiccata ispirazione sperimentale a quelli più classicamente jazz nel senso profondo del termine. Viene proposto il brano Epistrophy con il quale Monk chiudeva i concerti e con cui evadeva dalla musica jazz pura; l’interpretazione è di Russell Gunn che ne rende perfettamente il mix tra il beat e l’hip hop.
Monk può essere riarrangiato, perché riusciva a toccare comunque chi ascoltava nel profondo dell’anima, regalando la vera essenza della musica.
Facciamo in tempo per cogliere le note della marciante dei Funk Off, che si esibiscono a Piazza della Repubblica a cospetto di un pubblico sempre più folto e caloroso.
Alle 16.30 siamo nuovamente alla Sala dei Quattrocento per apprezzare il progetto Natalizio del Fabrizio Bosso Quartet, ispirato all’appena uscito disco Merry Christmas Baby. L’ incomparabile bravura di Bosso che, con la sua tromba infiamma la platea che sottolinea i suoi virtuosismi con calorosissimi applausi, è sostenuta dall’elegante tocco pianistico di Julian Oliver Mazzariello, dal pizzicato del contrabbassista Jacopo Ferrazza e dalla classe del batterista Nicola Angelucci. Completa l’ensemble la calda voce di Valter Ricci che interpreta dei brani classici come Jingle Bell Rock, Frosty The Snowman e Silent Night.
Il concerto continua con le dolcissime Winter Wonderland, Have Yourself A Merry Little Christmas, Merry Christmas Baby e What Are You Doing New Year’s Eve?
Ci spostiamo quindi al Palazzo dei Sette, dove si esibisce il Filippo Bianchini Quartet.
Il sassofonista orvietano Bianchini, diplomatosi al Conservatorio di Perugia, ha vissuto e suonato a lungo all’estero, internazionalizzando la propria coscienza musicale. Studiando i grandi artisti della musica afroamericana e grazie al suo incontro con Massimo Urbani, si è avvicinato al jazz; dopo numerose collaborazioni live ed in studio con grandi nomi del jazz internazionale, ha pubblicato il primo disco a suo nome nel 2014.  Gioca in casa, per la prima volta sul palco di UJW, esibendosi con il pianista Domenico Sanna, il contrabbassista Luca Fattorini ed il batterista Armando Luongo. Proponeuna scaletta di grande qualità, quel jazz puro che tanto ci piace, tra brani originali e standards eseguiti con sapiente maestria.
Pausa per il cenone di San Silvestro e poi allegria e brio per accogliere il 2018 con entusiasmo: al Teatro Mancinelli all’ 1.00 di notte applaudiamo, balliamo, cantiamo – ed abbracciamo anche – i quaranta elementi dell’esplosivo Benedict Gospel Choir.
Direttamente dalla South Carolina, ci coinvolgono in una spirale di note e di cori, ora allegri, ora più suggestivi ed intimistici. Diretti dal Reverendo Darryl Izzard, propongono un riuscito medley tra la tradizione Gospel afro-americana e generi musicali più moderni. Apprezzatissimi in America ed in tutto il mondo, si sono esibiti anche in Vaticano per il Papa ed a Montecarlo per i principi.


Pubblicata il 03/01/2018