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IL “JAZZ APPEAL” DI NICOLA CONTE AL BLUESTONE [ 17/12/2009 ]
ANNO: 2009
REDATTORE : Olimpia Librando

 

Nicola Conte attende l’inizio del suo concerto all’ingresso del Bluestone di Napoli, fuma con sguardo serioso ed un’aria che potrebbe sembrare quasi altezzosa, saluta il solito fan che lo avvicina e quasi lo distoglie, col suo entusiasmo, da una sorta di concentrazione mistica prima dell’ingresso sul palco.

Uomo d’altri tempi Nicola Conte, elegante nel suo abito scuro quasi come quei jazzisti degli anni ’50 ai quali si ispiro', fino a farsi cultore, scopritore, vero e proprio produttore di musica e musicisti.

Se gia' in gioventu' da' segno di precorrere i tempi fondando “FEZ” - centro culturale e di contaminazione di idee, da dove parti' un’avanguardia musicale fondata sulla riscoperta dei classici riascoltati da preziosi vinili, da lui rispolverati e trasformati in pindariche esecuzioni jazz remix, negli anni a seguire arriva nei CLUB in veste di un sofisticato d.j. capace di far entrare nelle dance floor il jazz sound in salsa elettronica, diffondendo la cosiddetta “club culture” in un mood chill out.

Dopo poco intraprende un’altra avanguardistica impresa, deciso a ottenere effetti elettronici dagli strumenti tradizionali. Nasce nel 2000 “JET SOUND” (jazz, bossa, colonne sonore, note psichedeliche) e numerosi altri remix nu jazz.

Il suo eclettismo musicale ne fa anche un silenzioso produttore (per “Garota Moderna” di Rosalia de Souza) o sicuramente il “regista”, per conto della label Schema Record, di numerosi gruppi cui aggiungera', alla lezione dei classici, un tocco chic e raffinato con un occhio sempre puntato al modern jazz.

Primo italiano prodotto dalla jazz label Blue Note con “Other Direction” del 2004 con il quale riesce ad esprimere piu' concretamente il suo amore per il jazz anni ’50 e ’60, il blues, la musica italiana delle colonne sonore (Ennio Morricone, Pietro Umiliani, Armando Trovajoli, Piero Piccioni), “sound do Brasil”, l’easy listening e infiltrazioni di musica etnica.

La teoria di Nicola Conte e' quella delle “contaminazioni necessarie” per fare ricerca di suoni che confluiscano in una sorta di “ritorno al futuro”, elettronici revival, pungenti e avanguardistici vintage, un jazz che fa scintille ed e' talvolta irrequieto, talvolta sentimentale, modale, sempre di classe.

“Rituals” da' in via alla serata, brano che e' anche il titolo del terzo album da solista di Nicola Conte, pubblicato per Schema Records nel 2008, in cui per la prima volta il musicista barese sente l’esigenza di comporre musiche e testi in una versione del tutto personale e sempre modernista, visto il suo background musicale e culturale, cui unisce poetiche ispirazioni che vanno dall’inglese Dylan Thomas all’americano Langston Hughes (il quale sperimento' personalmente la prima formula di live jazz reading, recitando le sue poesie in diversi locali pubblici per gente di colore, soltanto con l'accompagnamento di un pianista).
Nicola Conte si presenta subito: romantico, sempre elegante, esteta e narciso, un po’ “blue”, finemente swing, sottilmente drum’n’bass.

E’ la volta di ”Macedonia”, nota composizione scritta 40 anni fa del trombettista di Belgrado Duško Gojkovic, jazz anni ’60 e influenze di musica folk in versione surrealista, un pullulare di note che di elettrico, in teoria, avrebbero solo la chitarra di Nicola Conte, ma che arrivano ad essere molto piu' contemporanee, grazie alla perfetta intesa del sestetto che lo accompagna. C’e' Dario Deidda al contrabbasso che con periodare pulsante duetta col torrente di note sincopate del piano di Pietro Lussu, unito al ritmo incalzante del talentuoso Lorenzo Tucci alla batteria (formano il Trio LTC insieme a Ciancaglini), ancora c’e' Daniele Scannapieco al sax tenore (che con Bosso, Tucci, Ciancaglini, Mannutza fonda gli High Five 5et) e il barese e “accademico” Gaetano Partipilo al sax alto e flauto, moderno e mai nostalgico.

Dall’album “Other Directions” (2004) ci fa riascoltare “Nefertiti”, che in Egitto e' “La bella che e' arrivata … dotata di tutte le virtu'”. Non conosciamo certo tutte le virtu' di Alice Ricciardi appena chiamata sul palco, ma di certo possiamo apprezzare il suo bel canto fatto di tecnica, timbrica e soul in un rinnovato gusto affatto retro' (viene accompagnata da Partipilo in alcune sue esecuzioni da solista) in un canto che sembra provenire davvero dall’aldila'.

Un basso “africano e ancestrale” introduce “I See All Shades Of You” e sfuma nelle note del piano di Lussu. La voce della Ricciardi da' vita ad un’atmosfera classic jazz sfociante in un elettronico piglio del sax alto, che in certi tratti si fa quasi psichedelico. Sperimentale fino all’eccesso non incontra il favore di un pubblico, forse un po’ troppo distratto, fatta eccezione per il piu' facilmente godibile chorus.

L’atmosfera si fa sempre piu' calda, fumosa, fino a “Paper Clouds” introdotta dal solo flauto accompagnato poi timidamente dalle note del piano, in una versione molto dolce, lievemente bossa, segno dell’amore di Conte per i ritmi brasiliani. Ancora “Say the sky let it snow” che vede gli applauditissimi assoli della band e il soul un po’ piu' marcato di “Karma flower”, canzone di protesta insieme a “Love In”.

Si chiude in un’atmosfera anni ’30, alla ricerca delle radici nella musica afroamericana con “Caravan”, scritta per l’orchestra di “Duke” Ellington, brano eseguito stavolta da “Conte” Nicola eamp; band in versione modern italian jazz un po’ sud – orientale.
Non ci rimane quindi che ascoltare l’ultimo lavoro di Nicola, il doppio cd "The modern sound of Nicola Conte - Versions in jazz dub 2009 con classici remix e composizioni d’autore.


BLUESTONE di NAPOLI, 2 dicembre 2009

Nicola Conte (chitarra)
Alice Ricciardi (voce)
Lorenzo Tucci (batteria)
Daniele Scannapieco (sax tenore)
Gaetano Partipilo (sax alto e flauto)
Pietro Lussu (piano)
Dario Deidda (contrabbasso)

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