IPOCONDRIA EP: UN DISCO NON SOLO DA ASCOLTARE

IPOCONDRIA EP: UN DISCO NON SOLO DA ASCOLTARE

Sarebbe quasi scontato dire che un disco, 7 tracce musicali immesse uno di seguito all’altra, siano delle canzoni da ascoltare soltanto. Il nuovo disco di SIXTEEN- il rapper pugliese che il giorno del suo compleanno ha pubblicato IPOCONDRIA EP, è un disco da vivere.

Un album che dalla prima traccia  all’ultima traccia  è un viaggio di sola andata verso le incanalature più nascoste del dolore. E tra il dolore patito e inferto da chi non ha potuto tralasciare un’apatia insuperabile, PILOTA AUTOMATICO è forse il più risentito di questo affossare in un disagio, da cui ci si divincola, senza mai scrollarsi tutto di dosso, perché per ogni esperienza fatta, per ogni tratto di cammino percorso , per ogni frammento di vita vissuta, c’è sempre un ombra che insegue quella luce che cerchiamo; SIXTEEN ci ha parlato di quanto questo disagio affrontato in IPOCONDRIA EP non sia realtà mai superato del tutto: alla fine c’è una consapevolezza, c’è un riscatto e una rivincita lungo la strada, tuttavia la meta può non coincidere con quello che speravamo. Rabbia, rancore, angoscia “Che porta brividi sulla pelle e fa saltare in aria l’impianto”, il tentativo umano di sfruttare il dolore a proprio vantaggio. Anche nella traccia finale infatti, LOGORA, come il titolo stesso richiama, c’è un angoscia e un senso di fragilità che si espande ad un punto tale, da esserci una sorta di non ritorno alla pace interiore…La consapevolezza tuttavia non diventa liberazione dal dolore: quel dolore persiste soltanto che, in un certo senso, il protagonista ha imparato a conviverci. L’IPOCONDRIA scomodata all’inizio di questo viaggio interiore, non era soltanto un bisogno di imputare il proprio malessere ad una patologia; quel male di vivere subentra ogni qualvolta il protagonista osserva i propri blocchi, l’incapacità di reagire e di scrollarsi di dosso sensi di colpa assorbiti anche da chi aveva intorno.

La mancata rivincita di cui Sixteen si fa carico in LOGORA, risente di questo senso di affossamento, dal quale risulta difficile rialzarsi: la coscienza di essere, non è una scelta, come non lo è la paranoia avvertita. E,  nel momento in cui si pensa di fuoriuscire da questo abisso, si è ancora più avvinghiati a quello scoglio…lì…alla deriva. Come Domenico ci ha illustrato, la parte strumentale che chiude il brano, vuole congedare l’ascoltatore dal mondo di Sixteen, per fare di nuovo breccia nel proprio. L’effetto sonoro è quello della pioggia e del temporale: un rumore bianco e che per questo,  l’artista ha definito come rilassante, capace, come un’emozione, di provocare la pelle d’oca….

 


Pubblicata il 07/04/2020