Di Marco Vigliani


SOS

Il pop rock di anime classiche

Il pop rock di anime classiche

Marco Bruco e compagni tornano in scena con un disco che ormai ha già una sua piccola storia alle spalle. Disponibile anche in una preziosa edizione in vinile 33 giri ecco il nuovo lavoro degli S.O.S. – Save Our Souls che giocano (e lo sanno fare) con le parole: “Esse o Esse”, quasi didascalicamente attenti a non abbandonare un trend che sta in equilibrio tra spiritualità e cliché pop, dentro un suono sovversivo per le mode sfacciatamente digitali di oggi. La trasgressione non è di casa qui e forse, come direbbero molti, la vera rivoluzione è la normalità. “Esse o esse” suona di quel bellissimo poprock anni ’90 a cui i nostri sono storicamente legati e verso cui la devozione non è tanto per il suono o la forma, quanto più per il modo di vivere la musica che gira. Un lavoro che sottolineiamo con piacere, di una band che, a prescindere dai riflettori di scena, ha una lunga storia che non dovremmo tanto ignorare in luogo delle solite mode commerciali.

 

 

 

Un bel rock classico subito mi fa venire alla mente la curiosità sul processo di produzione. Un suono del genere lo immagino realizzato in presa diretta, almeno la sezione di drumming… come avete lavorato?

Siamo una band che adora stare sul palco. L’obiettivo è quindi riuscire a far confluire l’energia e la magia della musica suonata dal vivo in un lavoro in studio. Tutte le tracce quindi sono state suonate dal vivo da tutti e quattro e sono state tenute le sessioni batteria e basso su cui poi sono state sovraincise le tracce di chitarra e quindi la voce e i cori.

 

Quanto spazio avete lasciato alla post-produzione, all’editing digitale… e quanto invece al caso, all’improvvisazione, alle idee raccolte sul momento?

Abbiamo lavorato molto nella pre-produzione, siamo arrivati in studio con le idee chiare sul quello che volevamo ottenere. Avendo già lavorato con Dario Ravelli ed essendoci confrontati prima ci siamo concentrati sulla ricerca di una sonorità il più analogica possibile. Certo ci sono stati momenti di improvvisazione, ad esempio alcuni “soli” di chitarra sono stati frutto del momento oppure alcune variazioni di seconde voci.

 

“Esse o Esse” arriva in un momento in cui la musica italiana vive quasi esclusivamente di elettronica. Almeno parliamo della scena pop indipendente. La vostra elettronica come arriva a comporre il suono?

Utilizziamo l’elettronica in fase di stesura dei brani, nel nostro studio abbiamo diversi synth Yamaha DX7, Korg M1, ecc. con cui ci divertiamo a sperimentare.

Nell’ultimo brano Segnali, il nostro primo strumentale, ci siamo avvalsi della collaborazione del tastierista Gianfranco Zibetti che è un vero esperto del settore.

 

L’anima degli S.O.S. in che modo è sopravvissuta in tutti questi anni di carriera? L’elisir di lunga vita qual è?

Essere se stessi, lo so sembra banale ma se passi le tue giornate a rincorrere quello che va di moda, o che non ti rappresenta, spendi energia, creatività e non sarai mai sereno o in grado di esprimere quello che hai davvero dentro. Chiaramente il primo demo o album è quello più sincero, non pensi a chi ti ascolta… poi ogni volta diventa più difficile… è quindi importante che ognuno nella band dia il proprio contributo, che il confronto sia costruttivo e che nonostante le difficoltà trovare insieme la forza per rialzarsi e ripartire più convinti di prima.

Dopo tanti anni abbiamo imparato a convivere con i difetti, gli sbalzi d’umore e i confronti accesi.

Siamo nell’era del tutto e subito e non solo la scelta di fare un vinile ma anche un certo modo di concepire la musica mi fa pensare a quanto avere remato contro la “fretta” e il “consumismo” delle cose. Trovo che sia un disco di “pazienza” e di esperienza sicuramente. Voi che impressioni avete a riguardo?

Abbiamo dedicato diversi anni a suonare dal vivo sempre e comunque non solo per far conoscere la nostra musica ma anche perché ci piace la vita da strada. Questo però toglie tempo per la creazione e per te stesso, i tuoi cari o per altre tue passioni. Ad un certo punto quindi abbiamo scelto di fare le cose in modo diverso e dedicare molte più energie al lavoro sui brani e al confronto musicale in sala prove senza fretta. Oggi la musica è molto usa e getta, il pubblico non decide cosa ascoltare ma ci pensano le grandi radio o le playlist su Spotify, la nostra fortuna è avere un pubblico che è rimasto fidelizzato negli anni e continua seguirci con affetto. Utilizziamo i social come strumento di promozione ma siamo consapevoli che sono l’espressione digitale di quel tutto e subito che ci crea ansia, frustrazione e può farci vivere male.

In questo momento particolare però, in cui siamo forzati ad avere pazienza, è forse opportuno riflettere se tutte quelle corse quotidiane o tutti quegli oggetti (utili?)   che abbiamo acquistato in modo compulsivo durante il black friday hanno davvero un senso. Certo questo non vale per le chitarre o gli strumenti musicali in generale.. ah ah ah!


Pubblicata il 25/04/2020