Di Marco Vigliani


ONDANUEVE STRING QUARTET

Sotto gli archi scorre la musica

Sotto gli archi scorre la musica

Formazione d’archi campana che ha una carriera ormai densa alle spalle. Tante collaborazioni, tante scritture che spesso (anzi forse sarebbe meglio dire principalmente) hanno preso derive teatrali o cinematografiche. Insomma, spesso la loro è stata musica anche da vedere oltre che solo da ascoltare. Dunque, questo nuovo disco non si pone come un futuro o una evoluzione, ma semplicemente è esso stesso una mutazione del normale processo di evoluzione. Sono gli Ondanueve String Quartet e nello specifico sono Paolo Sasso e Andrea Esposito ai violini, Luigi Tufano alla viola e Marco Pescosolido al violoncello. Questo disco che gira da giorni nel mio impianto stereo è “Mutazioni”, una gustosa pubblicazione della RadiciMusic, bellissima ed elegante nell’impaginazione grafica, professionale nella sua apparenza, psichedelica e speranzosa nell’immaginario che mi restituisce questa immagine di copertina. La musica che nasce ove è solo aridità… forse è la vittoria del bello sul futuro industriale. E a crescere dal terreno sono i simboli del classicismo, come a dire che da lì si proviene. E poi il suono di archi che inevitabilmente mi riportano alle milonghe e ai postriboli spagnoli… e non a caso trovo dai titoli ampi riferimenti a Siviglia piuttosto che a figure di quella cultura e tradizione. E sono 5 composizioni strumentali di soli archi – eccezion fatta per i colori di percussione firmate dalla collaborazione con Riccardo Schmitt. E non c’è lo spazio per la parola e non serve avere punti fermi per la codifica. Il singolo che ha un bel video a corredo è “Sbeat”, che voglio anche leggerlo come un riaversi dalle iconografie beat, divenute ormai anche la vera omologazione di stile. Oppure vuol dire tanto altro… ma importa davvero inseguire il vero significato? Penso che “Mutazioni” abbia da regalare significati personali ad ognuno che si fermi ad ascoltare. Ed è dalla musica classica che si ha il vero quid per iniziare un viaggio… ovunque si vada…

 

 

Alla musica classica associamo sempre il termine colta. Come a dire che prendendo derive da queste e inoltrandosi in altri ambiti certamente più popolari, si va incontro ad una volgarizzazione della musica?

In effetti dicendo “colta” sembra sminuisca un po’ la musica che ne deriva, ma a noi piace pensare a questo termine come ad una forma di rispetto che si ha verso un genitore o un percorso che ci ha formati. Per noi però non esiste musica colta o volgare, ma solo la musica fatta bene e quella fatta male.

 

Nello specifico di “Mutazioni” in che misura avete rinunciato ad un certo tipo di cultura e dettaglio per andare incontro invece ad un gusto più popolare e quindi meno attento a certe scritture?

In realtà la stessa musica colta si è evoluta nel tempo (basti ascoltare un pezzo barocco ed uno del ‘900) eliminando man mano delle restrizioni tecniche che hanno lasciato più spazio all’espressività umana. In questo album noi cerchiamo semplicemente di unire un po’ l’efficacia ritmica e stilistica della musica etnica e moderna senza rinunciare ad una scrittura della partitura “classica”.

 

“Mutazioni” è musica da vedere anche. E voi spesso scrivete ed eseguite musica per film e simili. In particolare, che cosa significa scrivere per arricchire delle immagini?

È importante riuscire a far generare un’immagine nella mente di chi ci ascolta. Quando invece si parte da quest’ultima è comunque un’emozione sentire i nostri strumenti essere un completamento delle immagini o di una storia.

 

E con “Mutazioni” avevate delle immagini davanti agli occhi che hanno ispirato le composizioni?

In realtà i brani sono una conseguenza delle immagini che vogliamo rappresentare. Infatti, Sbeat è un viaggio lungo il Mediterraneo, est e nord Europa, Filumena è la traduzione in musica del famoso personaggio dell’opera di De Filippo, Murena un viaggio in Venezuela come A day in Seville in Spagna e Mano de Dios ispirato alla vita di Maradona.

E a proposito di immagini direi che è bellissima l’opera che c’è in copertina. Ce ne parlate? Io l’ho interpretata come un simbolo di speranza… musica che cresce in una terra arida…

Esatto, il senso è proprio quello. La musica che nasce e si evolve generando la vita da una terra ostile. Questo trasformato in immagine dal grande artista Francesco Rocco.

 

E parlando di terra arida: senza troppi filtri, se volete, vi chiedo di darmi una vostra fotografia della musica che oggi gira nei media di consumo… e non dimentichiamocelo mai che anche questa è la grande musica italiana!!!

Oggi, eccetto qualche eccezione, pur di rimanere nel mercato si tende a standardizzare ed uniformare per appartenere ad un target, un genere, un format. Questo però rende tutto molto simile e sappiamo che quando non c’è diversità è facile annoiare. Noi dal canto nostro cerchiamo sempre di mantenere un’identità coerente con i nostri pensieri sperando che il nostro messaggio arrivi sempre chiaro al pubblico.


Pubblicata il 03/06/2019