Di Marco Vigliani


LUCA BASH

“Oltre le quinte” della musica

“Oltre le quinte” della musica

Un disco che all’apparenza è semplice e di tematiche comuni alla vita di tanti… forse di tutti. Eppure è proprio la semplicità a creare quella magia propria di un disco che vive e prolifica di musica d’autore in pieno stampo pop. Ecco la scrittura del cantautore indie Luca Bash che pubblica in autoproduzione questo “Oltre le quinte”: un lungometraggio di 15 inediti che sfogliano le principali pagine della tradizione nostrana attingendo anche molto dal soul americano di grandi ispirazioni. Colpiscono le scelte mature con cui Bash chiude e disegna le melodie, però certo mancano ancora dei passi vincenti da fare per aggiungere fascino e raggiungere la svolta. Facciamo un focus attorno a questa nuova produzione della scena indie italiana.

 

 

 

Anche noi puntiamo il dito sulla parola indie: che significa per Luca Bash?

Lo interpreto come il diminutivo di chi è indipendente… poi, che sia perché non cerca o perché non trova uno sponsor, dipende dalle situazioni. Non identifico “indie” come un genere musicale, né un mercato. Lo vedo come l’opposto del mainstream, ossia l’onda da seguire per una commercializzazione secondo le mode del momento e le scelte editoriali del tempo in cui si vive. Oggi c’è grande confusione tra Arte e Spettacolo. Lo spettacolo è andare a casa del pubblico a raccontargli quello che desiderano sentire. Arte significa invitare il pubblico a casa tua per sentire cosa hai da dire. Mainstream oggi significa spettacolo, mentre “indie” la seconda… e alla luce di ciò, un cantante “major” può essere indie se crea indipendentemente dagli indirizzi di mercato, oppure un cantante sconosciuto non può essere definito “indie” se crea con il solo fine di “fare il piedino” a ciò che funziona. “Load” dei Metallica fu accusato di essere commerciale, mainstream, dai suoi sostenitori… Vuol dire che prima erano “indie”? la Dave Matthews Band quando nacque era considerata “indie”, e negli anni lo stile non è mutato così sensibilmente, eppure oggi sono considerati mainstream. Non lo so… Io faccio quello che mi piace. Poi non lo so se è “indie” o meno. In fondo… è un titolo che non spetta a me, ma un po’ mi ci riconosco.

Cantautore è un’altra parola assai discussa nel mondo della canzone d’autore. In genere con essa ci riferiamo spesso anche ad un genere assai intimo e poetico. Ed invece?

Credo che la risposta sia connessa a quella precedente, in un certo senso. Un Artista, e non un entertainer, generalmente tenta involontariamente di dare la sua visione delle cose e la sua “goduria” sta nel percepire che ha trovato un pubblico che sente le medesime emozioni e punti di vista in cui ci si riconosce. Sembra un dettaglio… ma ti faccio un esempio: la moltitudine delle persone direbbero che la Pietà di Michelangelo è un’opera d’Arte ammirando la straordinaria abilità nello scolpire il marmo e nel raffigurare il corpo del Cristo e la Madonna mentre lo sostiene esanime… ma l’Arte non è lì. Lui usa “un’arte” per comunicare un messaggio fortissimo, che risiede invece nel sorriso di Maria: se lo osservi bene ed immagini che lei è una madre che tiene il corpo esanime di suo figlio, percepisci cosa voglia dire la Pietà. L’Arte di Michelangelo è in quel sorriso. Allo stesso modo il cantautore esplica la sua Arte nel creare un flusso di parole, melodia e armonia capace di far sentire il suo messaggio. E quindi, la connessione tra liriche cantautorali e poetiche è normale, seppur le liriche siano in prosa… ma il messaggio deve essere poetico, credo. Al contrario abbiamo spettacolo, industria… una Pietà che semplicemente è triste e piange suo figlio… ma non sarebbe Arte, giusto? Mancherebbe il messaggio…

Oggi che il mercato del disco è praticamente sparito, che significato ha per te pubblicarne addirittura due?

Il disco non ha senso “industriale”… non vuol dire che non abbia un senso “artistico”. In un mondo ideale, un singolo di “facile ascolto” dovrebbe funzionare per farti dire: “Wow… fammi sentire di più di questo artista…”. A quel punto ascolti di più e decidi di approfondire, ascoltando l’intero album. E questo idealmente dovrebbe avvenire poiché il singolo messaggio è nella singola canzone, ma l’artista e la sua personalità sono in tutto l’album, creato e assemblato per un motivo. Io credo che se sei un artista in musica, l’album sia imprescindibile: è un periodo delineato, un’evoluzione che va fissata, un’immagine dell’anima che si delinea in tutti i brani… come i puntini del giochino della Settimana Enigmistica. Ovviamente, il pubblico può acquistare solo un brano… e questa è la ragione della progressiva scarsa curiosità dei mercati mainstream verso musiche diverse da quelle che già fanno fare i profitti. Lo sviluppo della musica è nello sviluppo dell’ascolto… ma questo è un pochino fermo.

 

Quanta America c’è in questo disco? E in generale dall’Italia e dalla nostra tradizione, che cosa hai preso in prestito?

Io ho iniziato ad approfondire la chitarra cantautorale suonando e studiando Dave Matthews nel ‘99. Non guardo San Remo dal 1993 e non amo la musica italiana mainstream. La trovo, non tradizionale, ma arretrata. Al contrario trovo che la cultura musicale Americana sia progredita oltre la nostra capacità di copiarla, e spero di non parlare di me ovviamente. Avere l’America nel proprio mood, dal Fusion al Blues, al Soul fino al Funk e l’Hard Rock significa dare seguito allo sviluppo della musica leggera degli ultimi decenni. Ciò non toglie che in Italia come nel mondo le perle sono tante, ed è giusto ascoltarle e prenderne spunto. Quando mi suono “Salirò” di Silvestri alla chitarra, godo come un forsennato… ma, per esempio, non apprezzo per niente l’arrangiamento datogli dallo stesso. C’è tanta America in “Oltre le Quinte”… e non potrebbe essere altrimenti se decidi il pezzo di suonarlo con le “mani” e con il “legno”.

 

Un video minimale a differenza del disco che sembra avere sostanza e mestiere ben espresso. Come mai questa scelta?

Perché l’ho fatto io, sia le riprese che il montaggio… e non sono un regista! Si vede, credo… anche il video è un’Arte e non è la mia Arte. Il video è solo un racconto… nulla di più. Ma credo esplichi a sufficienza il tutto. Magari non c’è linearità con la qualità del Disco… ma il significato artistico credo emerga potente anche dai video. Motivo? Non perché mi creda capace di tutto… ma se faccio promozione pagata da me, da qualche parte devo risparmiare…

 

Col senno di poi… Luca Bash è in “Oltre le quinte” o in “Keys of Mine”?

Sono italiano e quando scrivo lo faccio al 95% prima in inglese. Ma non sono anglosassone e la pronuncia sarà sempre un pochino “thick”, come la definiscono oltreoceano. Sono in entrambi, equamente. L’Arte è del mondo… e con l’inglese ho l’opportunità di parlare a più persone. Alla fine non credo si avverta differenza… e se emerge, vuol dire che ho fallito nel comunicare ciò che voglio dire. Spero non sia così!


Pubblicata il 06/10/2017