Di Marco Vigliani


IRON MAIS

Il cowpunk made in Italy

Il cowpunk made in Italy

La ricetta è facile ed estremamente efficace: prendiamo un pezzo famoso come “Another brick in the wall”, lasciamo da parte sintetizzatori, suoni psichedelici, prendiamo un banjo e un violino, un contrabbasso e una batteria, prendiamo anche l’abitudine a fare dei cori e a suonare la chitarra elettrica come serve, prendiamo anche l’abitudine a chiamarli Testa di Cane piuttosto che L’Uomo Nutria e vedremo che alla fine anche la psichedelia dei Pink Floyd avrà un gusto che un po’ è punk ma per il resto è decisamente COUNTRY-WESTERN. Il nuovo disco degli IRON MAIS, che si intitola “The Magnificent Six”, tra una citazione bizzarra e l’altra, è un concentrato di intelligenza e gusto. I nostri arrangiano in tema western 6 grandi pilastri del rock mondiale e ci regalano anche 6 brani inediti. Non ci credete? Beh basta andare in rete e gustarci il bellissimo video della loro versione di “The Rhythm of the night”… featuring. Corona.

 

 

 

Un disco sostanzialmente western. Ma cosa avete rispettato di quella tradizione e cosa invece sentite di aver sostanzialmente cambiato?

Vorrei fare una premessa, è vero, abbiamo dato molti riferimenti western in questo disco, dalla copertina, alle grafiche, ad alcuni incisi e fraseggi all’interno di alcuni brani ma tendenzialmente non siamo una band che fa western o country o bluegrass (questo per rassicurare i puristi dei generi appena citati, infatti non millantiamo di fare questi generi seguendo tutti i crismi). Noi misceliamo western, country, bluegrass, rock e folk nel nostro modo di fare cowpunk. Quindi diciamo che ci siamo fatti ispirare dalle celebri arie morriconiane ma poi abbiamo arrangiato e “bastardato” i brani secondo il nostro gusto e stile.

 

In uno scenario indie come quello che viviamo, il country degli Iron Mais secondo voi come si configura?

Bravo, infatti non ci configuriamo. La nostra fortuna/sfortuna è che non abbiamo un posto fisso, definito, all’interno del panorama italiano, semplicemente perché la nostra scelta stilistica e di genere non segue i canoni della moda musicale del momento… Poi, sicuramente questa posizione può essere una lama a doppio taglio, nel senso che ci possono essere delle opportunità interessanti così come delle porte che si chiudono, anche se questo è valido per tutto ciò che non è considerato mainstream…

Ma esiste una chiave di lettura importante per decifrare questo vostro modo di tradurre la grande musica del rock mondiale?

Potrei dirti di sì per fare il figo :) in realtà ci divertiva il fatto di suonare brani rock e metal con il violino banjo e ukulele… Abbiamo visto che i pezzi giravano e che la gente apprezzava e si divertiva, e queste due componenti sono fondamentali per qualsiasi progetto musicale.

 

E poi perché non riprendere anche un bellissimo pezzo pop alla Gigi D’Alessio?

Noi nasciamo dal rock e dal metal ma non ci tiriamo indietro nell’affrontare altri generi come avrai notato, considera che i brani che scegliamo di reinterpretare fanno parte del nostro vissuto adolescenziale / giovanile che si colloca nell’intorno degli anni novanta, certo Gigi D’Alessio era già in attivo negli anni ‘90 ma diciamo che non era nei nostri… walkman (per chi se li ricorda)!

 

E per chiudere perché la citazione del film?

Sicuramente “The magnificent six” non è un titolo autocelebrativo! Come hai detto tu prima, il disco contiene molti riferimenti western e non avremmo potuto scegliere copertina migliore… oltre a reinterpretare i brani, abbiamo anche rivisitato a nostro modo la locandina del celebre film western “I magnifici sette” ritraendoci goliardicamente in groppa a sei vitelli e giocando con l’inglese dall’originale “they fight like seven hundred” abbiamo messo “they fart like six hundred” in linea con il nostro mondo… bifolco!


Pubblicata il 08/06/2017