Di Stefano Dentice


DANIELA SPALLETTA

L’italiana che ha entusiasmato gli States

L’italiana che ha entusiasmato gli States

Daniela Spalletta, purissimo talento del jazz italiano, è una cantante dalla tecnica sopraffina, dall’impeccabile intonazione, magistrale nella gestione e nel sostegno del diaframma. Lodevole agilità di fraseggio, potente falsetto, singolare scat e una profonda comunicatività impreziosiscono ulteriormente il suo ricco bagaglio artistico. Fresca del prestigioso secondo posto al rinomato concorso “Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition 2019”, negli Stati Uniti, racconta questa sua straordinaria esperienza vissuta nella terra a stelle e strisce.

 

 

Prima di ogni concerto o concorso è sempre necessaria una preparazione mentale e tecnica non indifferente. Nel caso specifico del “Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition 2019”, potresti raccontare qualche aneddoto legato al tuo stato emotivo e al tuo studio preparatorio?

Partecipare a questo concorso ha rappresentato per me una sorta di battesimo, perché è stata (in generale) una mia “prima volta” nel fare tante cose: il mio primo viaggio negli States, il primo volo più lungo di 4 ore, la mia prima performance davanti a un pubblico americano e ad alcuni tra i miei miti e riferimenti musicali come Christian McBride, Dee Dee Bridgewater, Jane Monheit. Canto da molti anni e il palco è sempre un’emozione speciale e intensa, ma è stato bellissimo tornare ad emozionarsi per una “prima volta”.  Anche se cresciamo, in fondo, restiamo sempre bambini al cospetto della vita.

Ti sei classificata al secondo posto in questo prestigiosissimo concorso internazionale fra oltre seicento cantanti giunte da tutto il mondo. Per raggiungere questo traguardo hai dovuto affrontare e superare diversi gradi di preselezione. Esattamente, in cosa consistevano?

Il concorso, giunto quest’anno all’ottava edizione, consisteva nel caricare nella piattaforma online quattro brani che rispondessero a dei precisi criteri stilistici e formali della tradizione jazzistica. Scaduto il termine di presentazione, sulla base di tali parametri e di requisiti tecnico-strumentali come l’intonazione, l’improvvisazione, il fraseggio, la qualità del timbro e altro ancora, la giuria iniziava a selezionare prima quaranta, poi quindici ed infine le cinque finaliste che si sarebbero esibite al “New Jersey Performing Arts Center” di Newark.

Come previsto dal regolamento della gara, le cinque finaliste dovevano cantare due brani a testa e subito dopo impadronirsi nuovamente della scena per l’ultimo pezzo. Tu hai deciso di interpretare Everybody’s song but my own (Kenny Wheeler-Norma Winstone) e Stella by starlight (Victor Young-Ned Washington), per poi concludere con un vocalese, da te siglato, sul solo di Pat Metheny in The road to you. Dal punto di vista compositivo, tecnico e interpretativo, perché hai scelto di eseguire proprio i tre brani sopracitati?

Volevo arrivare sul quel palco ed esprimermi con onestà, nel rispetto delle indicazioni del regolamento. Per questo ho scelto dei brani che sento profondamente vicini al mio modo di vivere la musica. Stella by starlight è uno dei miei standard preferiti: va dritto alla sostanza, ha una densità di contenuti melodici e armonici che mi ha sempre fatto pensare alla compiutezza di un atomo. Kenny Wheeler e Pat Metheny, poi, sono dei riferimenti artistici assoluti per me, in un certo senso anche spirituali. Ogni volta che ascolto la loro musica il mio spirito diventa più leggero, così esprimo pensieri di gratitudine per il patrimonio di infinita bellezza che hanno donato all’umanità.

La giuria del “Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition 2019”, come da te già accennato, era formata da alcuni nomi altisonanti del jazz mondiale, sia musicisti che addetti ai lavori del calibro di Dee Dee Bridgewater, Christian McBride, Jane Monheit, Monifa Brown e Matt Pierson. Quali sono le tue doti artistiche che hanno maggiormente colpito la commissione?

Hanno principalmente apprezzato le mie qualità tecnico-strumentali, l’estensione e la mia capacità di improvvisazione. Ognuna delle tre finaliste è stata premiata da un giudice diverso. Nel mio caso è stato Christian McBride a farlo. Devo dire che il suo abbraccio energico è stata una delle cose più belle di quella serata!

DANIELA SPALLETTA 1 - FOTO DI PAOLO GALLETTA

ph. Paolo Galletta

Quando sei partita alla volta degli Stati Uniti per il “Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition 2019”, il tuo obiettivo reale era quello di conquistare il podio oppure di vivere questa memorabile esperienza soprattutto per un personale arricchimento umano e musicale?

Ho partecipato a molti concorsi nella mia vita, non perché creda nella competizione in musica, tutt’altro, ma unicamente perché questi, a volte, possono rappresentare l’unico modo per uscire un po’ dai confini e farsi ascoltare altrove, in un mondo musicale così indifferente e avverso alla ricerca e all’arte. É triste riconoscerlo, ma spesso è così. In questo caso specifico, la profonda gratitudine che ho provato quando ho ricevuto la notizia mi ha fatto capire di voler vivere questa esperienza totalmente, con ogni singola cellula del mio corpo, assaporandone ogni singolo momento. Il resto è passato in secondo piano. Arrivata lì, quando ho conosciuto i meravigliosi musicisti del trio che ci ha accompagnato e le altre stupende finaliste, ho capito che il mio stato d’animo era quello giusto.

Nel preciso momento in cui ti sei aggiudicata il secondo posto, a chi hai rivolto il primo pensiero?

A mia mamma, mio papà, mio fratello e mia sorella. Alla mia famiglia, che è la mia roccia, il mio rifugio e il mio più alto modello di riferimento.

Dopo questa immensa gratificazione, quali sono i progetti per l’immediato futuro?

Sto per ultimare e pubblicare il mio nuovo disco da leader. È un progetto al quale ho dedicato gli ultimi due anni della mia vita, componendo e arrangiando musica per un organico abbastanza ampio (voce, chitarre, piano trio e orchestra d’archi da camera) sul quale ho investito tutta me stessa. Una fra le cose più belle di questa gestazione è stata poterla condividere con gli Urban Fabula: Seby Burgio, Alberto Fidone e Peppe Tringali, che sono alcuni tra i miei più cari amici e musicisti dall’immenso talento, che stimo   profondamente e che mi emozionano e sorprendono continuamente, oltre a Riccardo Samperi, uno straordinario maestro dell’ingegneria del suono, anzi, un vero e proprio maestro del suono. Inoltre, nelle prossime  settimane, riprenderà il tour di Sikania, un altro progetto del cuore che condivido insieme al mio maestro e amico Giovanni Mazzarino, Fabio Tiralongo, Alberto Fidone e Peppe Tringali.


Pubblicata il 03/12/2019