Di Marco Vigliani


CISCO

In questo disco ho scoperto l’America

In questo disco ho scoperto l’America

Stefano “CISCO” Bellotti torna con un nuovo lavoro personale dal titolo “Indiani & Cowboy”. E ad ascoltarlo bene, forti anche del suo passato, quasi si stenta a riconoscerlo come “suo”. Ed è un gran complimento visto che la contaminazione, il nuovo, il suono diverso e una diversa produzione erano proprio dei punti di arrivo scelti e raggiunti dalla bella voce di Novellara. Cisco ha voluto l’America e l’ha cercata di persona andando fino in Texas, ad Austin, zona di frontiera. E pensando a questo concetto, pensando ai buoni e ai cattivi che ha messo in piedi un lavoro duro e deciso, rock e tex mex, quasi rockabbilly in qualche occasione… ma anche tanta sensibilità “irlandese” nella chiusa dal titolo “Bianca”. Un disco di frontiera come lo definisce lui, un disco di contaminazione, un disco che forse aprirà nuovi orizzonti alla sua carriera. Di certo non sfugge alla penna la denuncia per niente sottile, la condanna severa e autoritaria, la speranza politica e la convinzione sociale. Non sfugge. E non sfugge neanche a noi che ascoltiamo… e tutto questo, per quanto non sembri irlandese, ci riporta dolcemente a casa.

 

 

 

Banalmente a CISCO riferiamo uno scenario popolare di stampo irlandese. Questa volta il disco è sfacciatamente “americano” nei suoni e negli arrangiamenti. Perché questo cambio di rotta?

Sì, hai ragione, spesso si associa alla mia musica uno stile irlandese… ma questo disco di irlandese ha ben poco. Certamente ci sono forti legami che legano tra loro la musica irlandese con quella americana, ma questo è volutamente un disco americano. Volutamente perché avevo bisogno di essere stimolato da qualcosa di diverso dal solito, perché avevo bisogno di scoprire un nuovo immaginario, di cambiare in qualche modo… non che i miei dischi precedenti avessero molto d’irlandese, però nello specifico questo lavoro è proprio scritto e pensato in funzione di un viaggio volutamente fatto in America, dove avrei lavorato assieme a Rick Del Castillo, andando a cercare proprio i suoni Tex Mex, i suoni di frontiera messicani e statunitensi… e tutto quello che è l’immaginario americano l’ho cercato anche nei testi. Quindi sì, ha decisamente quel taglio dove la musica popolare si mescola tantissimo creando un mix particolare… parlo di quel concetto di frontiera che a me piace tantissimo.

 

L’incontro con Rick Del Castillo… com’è accaduto?

L’America, i suoni, i produttori… il tutto nasce dall’idea che ha avuto un amico che ha collaborato alla produzione del disco – mi riferisco a Pierpaolo Pagetti della Rivertale di Pavia – amico da tempo di Rick Del Castillo. Lui ha pensato bene di unire le cose e mettere in contatto me (e la mia voglia di scoprire quel mondo) e lui… lui che tra l’altro mi conosceva e mi seguiva da tempo. Abbiamo messo assieme le due cose ed è saltato fuori questo disco che mi piace tanto. Rick è un produttore principalmente di colonne sonore dei film di Rodriguez soprattutto, vista la loro amicizia… ma non solo: ha avuto ed ha tutt’ora diversi gruppi rock con cui ha girato il mondo e infine ha una conoscenza davvero ampia della musica che mi ha convinto subito. Ma soprattutto mi ha convinto quando gli mandai un provino di un brano e lui mi ha restituito una chicca, una perla… ed è lì che ho deciso di lavorare con lui. Una collaborazione nata sotto una buona stella che ha dato davvero buoni frutti, grazie a lui ma anche grazie ai tanti musicisti suoi collaboratori che hanno suonato per me. Penso sia un lavoro davvero riuscito… Se continuerà non lo so, magari in futuro per un nuovo disco avrò voglia di altro ancora.

 

E che rapporto hai avuto con questi suoni? In alcuni casi stento a riconoscere che sia un tuo brano…

Guarda il fatto che tu stenti a riconoscere che in alcuni casi si tratta comunque di brani miei, non può che essere un gran complimento! Nel senso che quando vai ad affrontare una produzione e una collaborazione totalmente diversa e chi lavora con te non si lascia condizionare dal tuo passato e da quello che hai già fatto, hai raggiunto un traguardo importante. Lui ha messo il suo modo di lavorare, di suonare, di pensare alla musica al servizio delle mie canzoni. Queste le riconosci come mie perché sono io che canto e riconosci la mia mano che le ha scritte… ma che suonino davvero in modo così diverso dal mio solito penso sia un gran pregio. Abbiamo mescolato la personalità di ognuno con la sensibilità di musicisti che non mi conoscevano e che hanno saputo rispettare e interpretare il mio mondo ma a modo loro, senza intaccarlo ma piuttosto arricchendolo di cose nuove.

E con Rick Del Castillo in particolare?

Il rapporto che ho avuto con lui è stato un rapporto molto naturale. Io mandavo le basi fatte e lui lavorava sulle singole canzoni, mescolando, cambiando, sagomando le cose rimandandomi poi i risultati… anche pronto a modificare le sue soluzioni in base alle mie risposte. Ma devo dirti la verità: le cose che mi faceva ascoltare mi esaltavano e mi disorientavano in senso buono, mi stupivano… penso di avergli chiesto una sola volta una modifica su un brano, cosa che tra l’altro ha fatto tranquillamente e senza problemi.

 

“Indiani e Cowboy” nella vita di oggi…

Mah vedi, questo è un disco che parla di buoni e cattivi. È un disco che parla di bene e male, di contrasti e di frontiere e quando vuoi parlare di certe cose non puoi mai dimenticarti di considerare i cattivi. Mi piacciono molto i film dove i cattivi sono molto caratterizzati e puoi riconoscerli facilmente. Ma poi alla fine, soprattutto nei film, finisce sempre che il bene vince sul male e i cattivi vengono sconfitti. Ecco: quei cattivi lì sono molto affascinanti per me e oggigiorno mi sembra che la società sia sempre più divisa tra buoni e cattivi, tra indiani e cowboy… penso che sia sempre più sfacciatamente divisa tra indiani che continuano a lottare e cowboy che continuano a non capire. Quando questo rapporto cambierà probabilmente migliorerà il mondo intero.


Pubblicata il 26/09/2019