Di Marco Vigliani


CHRISTIAN FROSIO

Voglio prendere “Mille direzioni”

Voglio prendere “Mille direzioni”

Pop di belle sensazioni nostalgiche, di quelle belle melodie larghe, orchestrate ed elettroniche, sintetizzate a puntino sul bel canto che richiama inevitabilmente le belle voci della canzone leggera italiana. Christian Frosio, bergamasco, esce in questi giorni con il suo primo lavoro di inediti dal titolo “Mille direzioni” ampiamente anticipato dalla rete con i video dei singoli (che nel disco ritroviamo in una versione remixata) “Apri la finestra” con le bellissime animazioni di Michele Bernardi, “La nostra casa” scritto e diretto dallo stesso Frosio che torna a firmare anche la regia del video “Anime leggere”, ultimo estratto uscito proprio in questi giorni ed unico dei tre brani ad apparire in rete esattamente come lo troviamo sul disco. Le prime 3 fotografie che immortalano a pieno un lavoro di 8 inediti che si poggiano su rifiniture assai delicate ad accogliere una voce soffice nei modi ma rugginosa nelle “r” che sporadicamente distrae appena dalla comprensione… una voce che però si fa sempre attenta alle liriche mai troppo lontane dal quotidiano, ma mai neanche ricche di scontate soluzioni. “Giocare col fuoco” al nostro ascolto risulta essere un vertice di estetica dove confluiscono con gusto, in un incontro elegante, le trame del pop classico e arrangiamenti digitali… e dove si fa più impattante e poetico il tema dell’abbandono e il sogno di un “porto sicuro”.

 

 

 

Eleganza pop. Un disco che ormai sembra attingere a stilemi antichi delle nostre abitudini di ascolto… il grande pop italiano sembra godere di poca luce lasciando il posto alle tante derive digitali. Cosa ne pensi?

Credo che il digitale possa offrire grandi opportunità e ci sono tante cose interessanti in questo senso. Il rischio di contro è quello di perdere in personalità, perché nella reiterazione di suoni o loop prestabiliti, si può veramente perdere l’identità del musicista, portandolo così a celebrare un certo processo di massificazione senza rendersene conto.

Il mio non vuole essere un discorso elitario, sia chiaro. Anzi vuole essere un invito a domandarsi quanto ci si conosce veramente attraverso la musica.

Quello che cerco di fare con la mia musica è guardare dentro di me, al mio vissuto, e attraverso le canzoni stimolare nell’ascoltatore una conoscenza sensibile e l’immaginazione.

Nel mio caso, ho cercato di seguire quello che più mi appagava musicalmente, quello che è in linea con il messaggio della canzone.

 

Derive digitali che tu comunque sposi, si veda per esempio “Anche se è Natale”. Ma è un matrimonio che comunque resta fedele al grande pop di mestiere…

In Anche se è Natale ho sposato le derive digitali per una serie di questioni organizzative, economiche e di tempistiche.

Innanzitutto, nell’arrangiare la canzone, mi sono divertito con i suoni del mio Clavinova, cercando di lavorare sui parametri musicali del tocco, dell’armonia e del fraseggio, anche in forma di domanda e risposta.

Mi sarebbe poi piaciuto registrare quegli stessi suoni attraverso strumenti veri: l’organo di una chiesa dal vivo, il suono di un vero clavicembalo, o quello di un quartetto d’archi, o di un coro maschile e femminile. A livello organizzativo però si sarebbero dovuti coinvolgere troppi soggetti e ho dovuto compiere delle scelte per poter concludere il lavoro che si stava allungando nei tempi. E avendo già altro materiale su cui lavorare ho dovuto rinunciare all’acquisizione analogica.

Detto questo sono contento dei suoni ottenuti, se no non avrei incluso la canzone nel disco.

 

E sempre parlando di derive di forme, è assolutamente trasgressivo trovare un brano pop di oltre 7 minuti come hai scelto di fare tu per chiudere il disco. Perché? 

Io credo che ogni canzone abbia una sua natura personale che può essere variabile su certi parametri, in questo caso la durata, al di là dei generi di appartenenza, che sono ovviamente delle etichette necessarie per orientarsi. Se comunque sai che quest’orientarsi è solo dare un nome alle cose, capisci che nulla è trasgressivo perché nulla ti preclude nelle scelte.

In particolare, Guarderò Lontano, la canzone di cui stiamo parlando, si è prestata al discorso del disco. Nella sua forma originale, il brano durava più di 5 minuti. A questo ho aggiunto una coda strumentale e d’ambiente che più che una chiusura al disco cerca di lasciare un punto di domanda su quello che sarà il prossimo lavoro. Il brano cerca di guardare oltre.

Ci tieni a sottolineare quest’autoproduzione… ci tieni in modo particolare. Perché?

Più che tenerci a sottolinearlo è la verità. Sai, dire autoproduzione può scatenare diverse associazioni, che spesso vanno a sminuire l’interesse verso il prodotto.

Nel mio caso autoproduzione vuole sottolineare un lavoro molto minuzioso che ho svolto praticamente in solitaria e in totale indipendenza, che è durato due anni. Il risultato in questo senso è un lavoro estremamente personale.

 

Il suono e l’arrangiamento comunque tradiscono un ampio panorama di ascolto, non solo il pop italiano ma anche quello inglese… o sbaglio?

Nel disco ci sono tante micro-influenze. Le maggiori si rifanno ad un cantautorato italiano legato a Battisti e al primo Grignani, ma anche come giustamente hai detto tu, alla musica inglese quali i primi Coldplay e i Radiohead che hanno avuto un ruolo di riferimento nella ricerca del suono delle chitarre elettriche.

Poi se vuoi, nelle micro-scelte degli arrangiamenti, c’è posto anche per Erik Satie per quanto riguarda le atmosfere armoniche del pianoforte, o Demetrio Stratos nell’utilizzo di certi effetti vocali.

Senza essere citazionista sia chiaro. Sono colori e strumenti che ho utilizzato perché utili al messaggio della canzone.

 

A chiudere: delle mille direzioni quale hai scelto per chiudere questo disco?

Se intendi la scelta musicale che chiude il disco, questa è stata il finale strumentale di Guarderò Lontano che in realtà più che una chiusura lascia un senso di apertura e sospensione, diciamo un punto di domanda per interrogarsi sui possibili scenari di evoluzione del progetto.

Se intendi invece quale è stata l’ultima scelta che ha chiuso il lavoro intorno al disco, questa è stata l’ideazione della copertina, che con un cuore appoggiato ad una finestra aperta, simboleggia molti dei significati che si trovano all’interno del disco. E qui invito gli ascoltatori a scoprirli.


Pubblicata il 31/01/2020