Di Donatella delle Cese


ACCORDI DISACCORDI

Un gipsy trio a Umbria Jazz

Un gipsy trio a Umbria Jazz

Abbiamo incontrato Accordi Disaccordi a Perugia, nell’abito della 45. edizione di Umbria Jazz, prima dell’esibizione per il pubblico mattutino del Festival.

Il loro concerto all’ora di pranzo presso il caratteristico locale “La bottega Del Vino”, non lontano da qui, è tra i più gettonati appuntamenti del programma di UJ18.

Facciamo due chiacchiere con il sorridente e disponibile chitarrista Alessandro Di Virgilio, uno dei fondatori del gruppo, insieme a Dario Berlucchi.

 

 

Alessandro, chi ha scelto il nome del gruppo?

Il nome è stato scelto al telefono da Dario e da me; avevamo già suonato qualche pezzo insieme, sia a casa mia, che in strada ed avevamo riscontrato il valore del progetto perché le persone chiedevano se avessimo o meno inciso un disco e se facessimo o meno dei concerti.

Dunque, alle 10,30 di sera, mentre parlavamo al telefono, ispirandoci al film di Woody Allen Sweet And Lowdown, la cui traduzione italiana del titolo è Accordi e Disaccordi, scegliemmo di chiamarci Accordi Disaccordi, togliendo la “E” per differenziarci dal titolo del film.

 

Come vi siete conosciuti e da quanto tempo suonate insieme?

Suoniamo da sei anni insieme; Dario ed io ci siamo conosciuti all’Universita’ di Torino, al DAMS – Musica. Ci siamo incontrati durante una lezione di etnomusicologia; iniziammo così a parlare, scoprendo che entrambi suonavamo la chitarra, che eravamo appassionati di musica e di strumenti musicali in genere.

Dario suonava pop, io suonavo blues e Jazz, ma, sicuramente, non ancora il gipsy jazz.

 

Da dove nasce la passione per il gipsy jazz e per la musica manouche in generale? 

La passione è nata perché io, Alessandro, fui chiamato da un amico, Andrea, che mi invitava a vedere con lui l’allora ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris.

Dopo qualche minuto, parti’ il brano Bistro Fada , scritto da un chitarrista gipsy jazz moderno; rimasi quindi incollato alla poltrona per tutta la durata del film, perché questo brano ritornava più volte e mi aveva completamente stregato.

Ho passato tutto il giorno successivo a trovare i relativi accordi ed a studiarmi la melodia con la chitarra. Resomi conto che avevo bisogno di accompagnamento, chiamai Dario, gli prestai una delle mie tante chitarre e gli chiesi di trovare gli accordi, non in stile pop, ma seguendo ad orecchio lo stile del brano. Il risultato ci piacque molto e quindi ci documentammo sul gipsy jazz; scoprimmo che era una musica zingara, nata dall’arte geniale del chitarrista Django Reinhardt. Da quel giorno ho iniziato ad ascoltare Django ed ho cominciato, piano piano, anche a studiarlo.

 

L’idea del gruppo, come sappiamo, trova ispirazione da un film del regista Woody Allen; prima della realizzazione di questo progetto, avevate già condiviso altre esperienze musicali?

Non avevamo mai suonato insieme prima di allora; Dario aveva un gruppo pop italiano, io invece militavo in due gruppi: in uno suonavo funky, nell’altro jazz tradizionale. Il gipsy jazz è venuto dopo, con il film di Woody Allen a cui facciamo un omaggio; perché, io penso che se lui nel film Midnight Imperis non avesse utilizzato questo genere di musica per la colonna sonora, probabilmente il nostro progetto non sarebbe mai nato.

 

Il gipsy-jazz è un genere nato – e soprattutto – reso famoso nel panorama musicale grazie a forse il più importante musicista della storia di questo genere, Django Reinhardt. Lo stile è caratterizzato da influenze gitane, quindi di strada. Anche voi avete preso spunto per esibirvi, fin dagli inizi, per strada.

Ciò lo si può notare anche qui ad Umbria Jazz, a Corso Vannucci, dove suonate ogni giorno. Il gruppo nasce a Torino, città che, soprattutto negli ultimi anni, è piena di stimoli per la cultura e l’arte in generale. Quali sono state le prime sensazioni che avete provato nell’ esibirvi per un pubblico di strada?

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Foto Carla dell’Aversana

Il jazz gitano è un genere popolare, nato per strada, negli accampamenti zingari. Django Reinhardt stesso suonò in strada nei primi anni della sua vita ed i suoi genitori si esibivano in strada per sbarcare il lunario.

Noi, all’inizio, avevamo solo quattro canzoni in tutto, nel nostro repertorio. Stavamo ancora studiando la figura di Django e preparando i brani, quindi decidemmo di esibirci in strada con quanto avevamo già pronto e vedere la reazione del pubblico.

La prima volta che ci esibimmo in strada, la gente a Torino si fermava, ci lasciava soldi, ci chiedeva se facevamo concerti e prendemmo pure il primo ingaggio: suonare ad un battesimo.

In pratica, avevamo già iniziato a prendere impegni, senza saperne ancora molto sull’argomento; capimmo quindi che la musica che facevamo funzionava.

Una volta, sempre a Torino, abbiamo suonato davanti a circa 200 persone per la strada, uno spettacolo gigante; ci sono le foto di quella occasione sulla nostra pagina Facebook.

Adesso non stiamo più tanto suonando per strada perché abbiamo tanti impegni ma ad Umbria Jazz ci piace tornare ad esibirci in strada. UJ ci ha visti per strada e ci ha innalzati, piazzandoci nel loro cartellone; abbiamo aperto infatti i concerti di Tony Bennett, Lady Gaga, Stefano Bollani, Herbie Hancock.

La strada è tanto significativa ed è stata molto importante per noi; adesso, però, togliendo l’esperienza qui ad Umbria Jazz che ci diverte molto, avendo tanti concerti in programma, non abbiamo più molto tempo per andarci.

 

Quando avete iniziato a suonare? E quale è stato il vostro excursus musicale?

Io, Alessandro, ho iniziato a studiare pianoforte ad 11 anni; non mi piaceva molto, però, perché volevo suonare il rock. Mio padre aveva una chitarra classica, mio fratello la suonava un po’ e mi feci insegnare da lui quello che sapeva e pian piano, mi sono talmente appassionato che la chitarra è diventata per me come una droga. Io giocavo a basket e lo lasciai, perché volevo solo suonare la chitarra dalla mattina alla sera. Tornavo a casa da scuola e, invece di fare i compiti, suonavo la chitarra fino alle 8.00 di sera, quando mia madre mi chiamava a gran voce perché la cena era pronta.

Sono passato dal rock, per andare a curiosare nel blues e nel jazz, fino ad approdare all’attuale gipsy jazz.

 

Dunque, un’autoproduzione. Secondo voi, soprattutto per il vostro genere musicale, questa soluzione può rappresentare, in un prossimo futuro, una risorsa per mantenere vivo un ambito come il vostro, in un contesto musicale dove le grandi case discografiche tendono a produrre generi di tendenza?

Per quel che concerne l’uscita del nostro ultimo disco, il crowdfunding è stato determinante.

Noi abbiamo finora inciso quattro dischi, tutti autoprodotti: un po’ per scelta, un po’ perché abbiamo creduto in questa autoproduzione, sin dall’inizio.

Stavolta abbiamo voluto incidere il CD ad altissima tiratura, realizzarne pure delle copie in vinile ed anche gadgets come magliette e borse; il progetto era molto ambizioso e quindi era difficile trovare i fondi per portarlo a termine.

È stata una scommessa vinta alla grande, per cui ringraziamo tutti coloro che ci hanno aiutato ed hanno in pratica acquistato un CD prima ancora che uscisse e che, solo in caso di vittoria, viene pubblicato. Nel nostro caso, così è stato.

 

Il titolo del disco è “Accordi Disaccordi”, come il nome del gruppo. Come mai questa scelta? 

Il motivo è molto semplice, si tratta del nostro primo disco composto solo da brani originali. Sono io che scrivo, sono il compositore del gruppo e compongo le musiche. Nei primi tre dischi c’erano alcune mie composizioni, ma erano davvero poche; il resto erano colonne sonore riarrangiate, brani di Django Reinhardt, riarrangiamenti di brani pop, c’era un po’ di tutto.

Dato che la mia attività di composizione si è evoluta negli ultimi tre anni, ho composto moltissime canzoni, circa 16. Il mio sogno personale – che era quello anche del gruppo – era quello di realizzare un cd di brani totalmente originali.

Ce l’abbiamo fatta: il disco consta di 13 brani miei ed uno di Dario, dunque 14 brani tutti totalmente originali; dunque quale miglior titolo, se non Accordi Disaccordi, per definire questo carattere compositivo? È infatti la prima volta che Accordi Disaccordi esprime la propria musica, essendo il nostro stile un gipsy jazz diverso da quello di Django.

A me piacciono moltissimi generi diversi, proprio perché provengo dal rock, dal blues, dal jazz, dalla classica, dalla passione per il cinema e per le colonne sonore. Quando compongo, mi piace mischiare insieme tutte queste caratteristiche.

Un esperto del genere, ma anche un semplice ascoltatore, capisce subito che si parte dallo stile di Django Reinhardt, ma che ci si apre ad una musica nuova, che si distacca dal suo genere e si evolve in nuovi mondi sonori.

 

In scaletta troviamo Pietrasanta e Spaghetti Killer, due titoli di brani eseguiti da voi spesso durante i concerti. Hanno due storie particolari; soprattutto Spaghetti Killer è ispirata a una persona a voi molto cara. Potete brevemente raccontarcele?

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Foto Carla dell’Avesana

Pietrasanta è un brano che ho composto proprio durante il periodo dell’Umbria Jazz e quindi Dario ogni volta al microfono dice che si tratta di un nostro omaggio ad Umbria Jazz. Si chiama così, perché è stata composta a Pietrasanta e la storia da raccontare diventa qui abbastanza simpatica.

L’inizio del brano è stato composto in una foresta e la sera abbiamo fatto un concerto in zona; mi ero seduto sui gradini di una chiesa e stavo ripassando con la chitarra questa nuova composizione: in quel mentre, arriva una famiglia, padre, madre e bimbo nel passeggino che mi hanno chiesto in quale dei nostri cd si trovasse il pezzo che stavo suonando.

Risposi allora che era un brano che stava nascendo in quel momento e che non lo avevamo, ovviamente, ancora registrato: la coppia, esprimendo grande apprezzamento per il tipo di musica che facevamo, compro’ entrambi i nostri cd.

Quando finii la mia composizione, la dedica a questa bellissima città d’arte fu spontanea, perché quella musica e le caratteristiche architettoniche di Pietrasanta si fondono molto bene tra di loro, ed, oltretutto, è anche un contesto che ci ha portato fortuna.

Spaghetti Killer è un tributo che ho voluto dedicare a mia nonna; lei è la nostra più grande fan e ci aiuta sempre ed in tutti i modi, sia fisicamente, che manualmente, che digitalmente: a livello multimediale è fornita di tablet, dunque commenta, condivide ed a livello social è molto attiva.

Il brano è dedicato alle tagliatelle alla chitarra che la nonna, abruzzese come me, ci cucina quando facciamo le prove. Sono talmente buone che ci devastano, perché, dopo, ci sentiamo talmente pieni che ci dobbiamo fermare per digerire.

Il brano l’ho voluto dedicare a lei perché l’ho composto mentre bolliva l’acqua e lei stava per calare gli spaghetti. Le preannunciai quindi che le avrei dedicato il brano Spaghetti; fu Dario ad aggiungere la parola Killer, perché effettivamente ti ‘ammazzano’: quando li mangi con il sugo di carne, la carne stessa e bevi un po’ di vino, rimani letteralmente piantato sul divano.

 

Come gruppo avete suonato in molte località, sia italiane che estere. Una in particolare credo sia molto rilevante per il gruppo; mi riferisco all’esperienza in Russia, dove avete riscosso grande consenso. Quali sono state le vostre impressioni circa questo lungo viaggio? 

La Russia è una delle esperienze più significative ed uniche che abbiamo, fortunatamente, avuto modo di fare.

Abbiamo iniziato la collaborazione con questo manager russo qualche anno fa e, partendo da qualche piccolo concerto nei vari jazz club di Mosca e San Pietroburgo, siamo arrivati a suonare fino a Vladivostok, a Magadan e fino in Siberia, nei grandi teatri e nelle filarmoniche. Questo è successo perché la nostra musica si è man mano estesa; perché lì il gipsy jazz non è suonato tanto come in Francia o in Italia; è sicuramente un genere nuovo, per loro, che è piaciuto tanto.

Ha influito anche certamente la nostra italianità, che è molto gradita ai Russi; dal primo tour al sesto, abbiamo avuto sempre maggior riscontro; è una musica che piace moltissimo ed io sono molto contento perché quando andiamo nei teatri in Siberia, dove non ci conoscono, la scaletta, è composta all’80% di brani originali; al contrario di quanto possiamo pensare, i Russi non sono persone fredde, anzi: sono, al contrario, davvero calorose, ospitali, cordiali e disponibili.

È stata una bellissima esperienza e ci torniamo sempre volentieri.

 

Vantate, nel vostro percorso, di alcune collaborazioni tra cui si annovera quella con il chitarrista Gonzalo Bergara. Come è nata?

Questa esperienza con Gonzalo Bergara è affiancata da una storia molto interessante e simpatica.

Premetto che Bergara era il mio idolo gipsy jazz, in quanto io ho iniziato a suonare questa musica guardando dei video da YouTube: questo genere musicale, infatti, non si impara al Conservatorio, ma si apprende ad orecchio, guardando il materiale presente in rete.

In quel periodo della mia vita cercavo uno strumento migliore, che fosse più adatto a questo genere musicale al quale mi stavo avvicinando. Circa tre anni fa, appunto, Bergara mise in vendita su Facebook la sua chitarra, il cui suono era stato il mio riferimento sin dall’inizio. Gli scrissi immediatamente, dicendo che la chitarra l’avrei acquistata io. Lui, vista la distanza, si disse subito reticente a spedirla, perché si trattava di uno strumento molto prezioso; quindi gli proposi di venire in Italia a portarmela personalmente; il biglietto dell’aereo, il vitto e l’alloggio sarebbero stati a mio carico e lui avrebbe potuto suonare in un tour da noi organizzato all’uopo. È dunque venuto, abbiamo suonato insieme, siamo diventati buoni amici; tanto amici che, in seguito, è tornato di sua spontanea volontà, fermandosi non più una sola settimana come la prima volta, ma tre mesi: ha vissuto con me a Torino e da lì sono nati tour, concerti e, nel nostro terzo disco, ha suonato in cinque brani.

La collaborazione è diventata molto fraterna ed abbiamo anche suonato in un suo disco.

 

Oltre al progetto Accordi Disaccordi, quest’anno avete debuttato con Swing Opera, sempre in tema gipsy jazz, ma affiancato ad un genere che potrebbe sembrare da esso molto lontano, cioè quello lirico; al gruppo si aggiunge Chiara Osella, cantante lirica. Come è nata l’idea?

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Foto Carla dell’Aversana

Swing Opera è nata perché Dario e Chiara erano amici del liceo.

Una volta ci siamo visti con Chiara ed abbiamo tentato, per scherzo, a riarrangiare un brano, la Carmen, in versione gipsy jazz e diciamo che è andata molto bene: ci siamo divertiti, dunque ci siamo cimentati con altri brani di musica classica. L’esperimento è andato bene, dunque ora abbiamo questo progettino con cui faremo alcuni concerti nel futuro e ci esibiremo addirittura al festival di Verdi a Parma, un festival di musica classica davvero molto importante. In questa occasione proporremo alcuni brani di Giuseppe Verdi in chiave gipsy jazz, cosa che nessuno aveva mai fatto prima; siamo stati quindi scelti per l’originalità della proposta.

 

Riarrangiare arie liriche è stato complesso o relativamente semplice? Quali sono principalmente i brani che eseguite durante queste vostre prime esibizioni dal vivo?

Non saprei dire se questo è stato un compito difficile o facile; essendo due cose tanto lontane tra loro come genere ed essendo stati noi i primi che si sono cimentati con una esperienza simile, forse siamo stati facilitati perché non avevamo il rischio di cadere in canoni già espressi, perché è un qualcosa di totalmente nuovo.

Abbiamo riarrangiato La Regina Della Notte di Mozart, alcuni brani di Verdi, per stare nell’ambito classico.

Ci siamo inoltre cimentati anche con qualche brano italiano degli anni Cinquanta, come Canzone Da due Soldi o con qualche canzone di Edith Piaf, come Milord o La Vie En Rose.

 

Questo particolare progetto sarà oggetto di incisione discografica o resterà soltanto un’esclusiva dal vivo? 

Per il momento non abbiamo ancora registrato nulla, ma pensiamo che è qualcosa che faremo. Non sappiamo quando, ne’ ne abbiamo la certezza, ma sicuramente in futuro qualche registrazione la faremo.

 

Fino ad ora, come ha reagito il pubblico di fronte a questa innovazione, specialmente in Italia?

Al pubblico questa musica piace; all’inizio c’è stata una reazione di sorpresa, perché nessuno effettivamente si aspetta di sentire Giuseppe Verdi in versione Django Reinhardt! Però, come per tutte le novità, questa musica stupisce ed è gradita, dunque significa che funziona.

 

Siamo ad Umbria Jazz e la vostra esperienza in questo contesto è cominciata dal Corso Vannucci un po’ di anni fa, quando vi esibivate, come tanti giovani, per le vie del centro. Com’ è iniziato questo percorso che ha rappresentato un importante trampolino di lancio per voi, per farvi conoscere ad un pubblico più ampio?

È la sesta volta che siamo chiamati a suonare qui ad Umbria Jazz. Per noi è una cosa speciale, perché non è una cosa scontata e ‘da tutti’ essere invitati tante volte a prendere parte al festival più importante d’Italia.

Essere in questo cartellone così importante ha certamente portato i suoi frutti, perché ci ha consentito di farci conoscere di più, specialmente a livello internazionale. Suonare ad UJ davanti al pubblico che avrebbe visto, da lì ad un’ora, Lady Gaga, ci ha fornito l’occasione di essere in una grandissima ed importante vetrina.

Speriamo di essere presenti sempre ad UJ come musicisti, oltre che come spettatori perché questo festival è molto apprezzato anche all’estero. Se il nostro nome è associato alla programmazione di UJ, va da se che anche la nostra popolarità all’estero se ne continuerà a giovare.


Pubblicata il 13/09/2018